Maurizio Turtura Automotive Product Manager_RINA
Auto e ricambi “certificati”: quando lo sono davvero (e quando no)
Dietro una parola sempre più usata nel settore aftermarket si nasconde spesso una realtà molto diversa: tra marketing, autocertificazioni e vere verifiche indipendenti. Facciamo chiarezza con Maurizio Turtura di RINA
Dietro una parola sempre più usata nel settore aftermarket si nasconde spesso una realtà molto diversa: tra marketing, autocertificazioni e vere verifiche indipendenti. Facciamo chiarezza con Maurizio Turtura di RINA
“Auto certificata”. “Ricambio certificato”. “Qualità garantita”. Nel mercato automotive queste espressioni sono ovunque: negli annunci online, nelle concessionarie, nelle offerte dedicate alle flotte, fino alle vendite di ricambi usati, revisionati o rigenerati. Sono diventate una scorciatoia linguistica, una promessa implicita di sicurezza, affidabilità e trasparenza. Ma cosa c’è davvero dietro quella parola? Perché se è vero che “certificato” dovrebbe evocare un controllo rigoroso, indipendente e verificabile, nella pratica quotidiana il significato è spesso molto più sfumato e, in alcuni casi, decisamente ambiguo.
Il punto non è solo tecnico. È anche culturale e, soprattutto, economico. Perché usare la parola “certificato” può aumentare il valore percepito di un’auto usata o di un componente, ridurre le resistenze all’acquisto e accelerare la vendita. Ma quando quella parola non è supportata da un processo reale e indipendente, il rischio è quello di creare una fiducia fragile, basata più sulla comunicazione che su evidenze oggettive. E qui il confine si fa sottile.
LA “SOTTILE” DIFFERENZA CHE PERO’ CAMBIA TUTTO
Da un lato ci sono operatori seri, che applicano controlli rigorosi e tracciabili. Dall’altro, una diffusione sempre più ampia di termini come “certificato”, “garantito” o “testato” utilizzati in modo generico, senza un riferimento chiaro a standard, norme o organismi indipendenti. Il risultato è un mercato in cui, per il cliente – sia esso un consumatore privato o un operatore professionale – distinguere tra una vera certificazione e una semplice dichiarazione commerciale diventa tutt’altro che immediato.
Eppure, la differenza esiste. Ed è sostanziale. Non riguarda solo la qualità del prodotto, ma anche le responsabilità legali, la trasparenza delle informazioni e, in ultima analisi, la fiducia su cui si basa l’intero ecosistema aftermarket.
Per fare chiarezza su questi temi abbiamo raccolto il punto di vista di Maurizio Turtura, Automotive Product Manager presso RINA, gruppo multinazionale di certificazione attivo in più di 70 paesi, con l’obiettivo di andare oltre le definizioni teoriche e capire cosa distingue davvero una certificazione da una semplice dichiarazione.
CERTIFICAZIONE: COSA SIGNIFICA DAVVERO OGGI NEL SETTORE AUTOMOTIVE
Spesso sentiamo parlare di “auto certificata” o “ricambio certificato”. Tecnicamente, qual è la differenza sostanziale tra una autocertificazione e una certificazione di terza parte rilasciata da un ente accreditato?
Nella stragrande maggioranza dei casi, quando si utilizzano espressioni come “auto certificata” o “ricambio certificato”, si è in presenza di autocertificazioni. Questo non implica necessariamente che le informazioni fornite siano scorrette o inattendibili: possono anche essere veritiere. Tuttavia, è importante chiarire che si tratta di dichiarazioni di parte, redatte dallo stesso soggetto che produce o vende il bene.
Proprio per questa ragione, l’autocertificazione non rappresenta una garanzia di attendibilità oggettiva, perché manca un elemento fondamentale: l’indipendenza di chi verifica.
Una certificazione rilasciata da un ente accreditato, invece, si basa su norme, regolamenti o requisiti pubblici e verificabili. In questo caso, non è il venditore a dichiarare la conformità, ma un soggetto terzo indipendente che, attraverso verifiche e controlli, attesta con ragionevole livello di affidabilità che un prodotto, un processo o un servizio rispetta determinati requisiti.
Qual è la differenza tra certificazione di prodotto, certificazione di processo e certificazione di sistema?
Si tratta di tre livelli distinti, che spesso vengono confusi nel linguaggio comune.
La certificazione di prodotto riguarda direttamente il bene o il servizio e attesta che questo rispetta specifici requisiti, che possono derivare da norme tecniche, leggi o standard volontari. Un esempio classico sono i prodotti da costruzione che, per circolare liberamente nell’Unione Europea, devono essere certificati da un organismo di certificazione.
La certificazione di processo, invece, si concentra sulle modalità operative con cui un determinato risultato viene ottenuto. Può riguardare un processo produttivo, una procedura tecnica o anche uno schema proprietario, e verifica che vengano rispettati criteri definiti e mantenuti nel tempo. Un processo di digitalizzazione certificato per esempio attesta che la copia digitale di un documento analogico ottenuto mediante un software sia effettivamente conforme all’originale.
Infine, la certificazione di sistema, probabilmente la più diffusa e conosciuta: riguarda l’organizzazione nel suo complesso e attesta l’adozione di un sistema di gestione conforme a standard internazionali, come le principali norme ISO in ambito qualità (9001), ambiente (14001) e sicurezza (45001).
La distinzione è importante, perché parlare genericamente di “certificazione” senza specificare a quale livello ci si riferisce può generare equivoci rilevanti.
Perché nel settore automotive c’è questa inflazione del termine “certificazione”? E cosa rischia un operatore quando utilizza impropriamente questo termine?
Quando il termine “certificato” viene utilizzato in modo generico, ad esempio in ambito pubblicitario o su un sito web, senza indicare chiaramente da chi e secondo quali criteri sia stata rilasciata la certificazione, il rischio principale è quello di incorrere in pratiche di pubblicità ingannevole. Si tratta di un tema su cui le associazioni dei consumatori sono da tempo molto attive.
La situazione cambia in modo significativo quando si dichiara esplicitamente che un prodotto o un processo è certificato da un organismo accreditato, senza che ciò corrisponda al vero. In questi casi non si è più nell’ambito di una comunicazione imprecisa, ma si entra in un terreno giuridicamente rilevante.
Un comportamento di questo tipo può configurare reati come il falso documentale (nel caso si presenti un documento falsificato o alterato) e la frode nell’esercizio del commercio che si configura quando si consegna o si offre un bene diverso per qualità da quello dichiarato utilizzando indicazioni false o fuorvianti idonee a ingannare il compratore, con possibili conseguenze civili, amministrative e penali.
In che modo l’intervento di un ente terzo indipendente sposta il valore di un bene dal marketing alla compliance?
Nel marketing, il valore di un prodotto o di un servizio è spesso attribuito direttamente dal venditore, attraverso diciture come “rigenerato”, “controllato” o “sicuro”. Si tratta di affermazioni che possono essere fondate, ma che restano, in assenza di verifiche indipendenti, dichiarazioni unilaterali.
L’intervento di un organismo di certificazione introduce un elemento diverso: la trasparenza basata su evidenze oggettive. Il valore non è più semplicemente dichiarato, ma viene valutato rispetto a requisiti chiari, definiti e verificabili, che sono esplicitati nel certificato.
Questo passaggio segna il confine tra una promessa commerciale e una conformità dimostrabile.
AUTO USATE: COSA SIGNIFICA DAVVERO “CERTIFICATO”
Oggi ogni brand ha un suo programma di “usato certificato”. Esiste uno standard unico e oggettivo?
Nella maggior parte dei casi si tratta di programmi interni, quindi di fatto di autocertificazioni. Esistono certamente operatori che adottano criteri molto rigorosi, ad esempio tracciando in modo accurato la storia manutentiva del veicolo e applicando protocolli di controllo strutturati.
Tuttavia, non esiste oggi uno standard unico e oggettivo di riferimento. Questo significa che le modalità di verifica e i criteri applicati possono variare in modo significativo da un operatore all’altro.
Il risultato è un mercato eterogeneo, in cui accanto a esempi virtuosi si possono trovare situazioni in cui un veicolo apparentemente in ordine nasconde criticità non immediatamente evidenti.
Molti protocolli si basano su check-list. È sufficiente?
La check-list può essere uno strumento utile, a condizione che venga utilizzata correttamente e da personale competente. Tuttavia, non è sufficiente di per sé a garantire la trasparenza.
L’elemento centrale resta la presenza di evidenze oggettive. Se, ad esempio, si afferma che un veicolo ha seguito un determinato piano di manutenzione, non basta una dichiarazione: è necessario poter dimostrare, attraverso documenti verificabili, cosa è stato fatto, quando e da chi.
Una vera certificazione incide sul valore del veicolo?
L’impatto può variare in funzione del tipo di veicolo, ma in generale una certificazione reale e verificabile contribuisce ad aumentare la trasparenza del mercato e la fiducia dell’acquirente.
Questo è particolarmente evidente nel caso di auto storiche o da collezione, dove RINA effettua sia valutazioni sia certificazioni dello stato d’uso proprio per fornire informazioni attendibili. Ma il principio vale anche per i veicoli moderni: la qualità e l’affidabilità delle informazioni contribuiscono a proteggere il valore nel tempo e a rafforzare la reputazione del venditore.
RICAMBI: TRA DEFINIZIONI CONFUSE E ASSENZA DI STANDARD
Esiste davvero una certificazione per i ricambi usati, revisionati o rigenerati?
A oggi manca un vero standard, pertanto parlare di “ricambio certificato” è, nella maggior parte dei casi, improprio.
Esistono alcune forme di certificazione prestazionale, basate su test specifici che misurano determinate caratteristiche di un componente. Tuttavia, nel mondo dei ricambi usati, revisionati o rigenerati non esistono schemi di certificazione diffusi e basati su standard tecnici condivisi.
La confusione nasce già nella classificazione: distinguere in modo rigoroso tra usato, ricondizionato, revisionato o rigenerato non è così semplice, e queste definizioni vengono spesso utilizzate in modo non uniforme.
Ci sono componenti per cui l’autocertificazione non dovrebbe essere ammessa?
Il criterio da considerare non è tanto chi rimette sul mercato il componente, ma quali possono essere le conseguenze di un eventuale guasto.
Nel caso di componenti come quelli legati alla frenata, al controllo direzionale o alla sicurezza passiva, un difetto può avere impatti diretti sulla sicurezza delle persone e può emergere solo in condizioni critiche, come durante un incidente.
In questi casi, è evidente che dovrebbero essere previste procedure di verifica più rigorose e strutturate.
Quanto pesa il fatto che chi dichiara la conformità sia lo stesso che vende il prodotto?
Nel mercato automotive, la credibilità è spesso legata al marchio e alla reputazione. I grandi operatori tendono a tutelare il proprio posizionamento e sono meno inclini a correre rischi.
Tuttavia, esiste una pluralità di operatori per i quali questo livello di controllo non è sempre garantito. In questi casi, il rischio è quello di presentare come certe informazioni che non sono state verificate in modo adeguato.
Una certificazione, per via dei suoi costi, rischia di annullare il vantaggio economico dei ricambi rigenerati?
Non necessariamente. Una certificazione finalizzata a definire e controllare a campione le procedure tecniche di revisione di un ricambio può essere realizzata a costi sostenibili.
Il punto centrale è piuttosto la disponibilità degli operatori ad adottare regole condivise e ad accettare verifiche indipendenti. Al contrario, l’utilizzo di etichette o diciture che richiamano una certificazione senza esserlo realmente ha costi irrisori e può generare benefici commerciali nel breve periodo, anche quando si avvicina a pratiche di comunicazione ingannevole.
RISCHI LEGALI: COSA PUÒ SUCCEDERE DAVVERO SE SI ABUSA DELLA PAROLA “CERTIFICATO”?
Quali sono i rischi per chi vende come “certificato” un prodotto che non lo è?
Nel caso delle auto usate, il tema è particolarmente rilevante perché le informazioni fornite – come chilometraggio, stato d’uso e manutenzione – influenzano direttamente la decisione di acquisto.
La falsificazione del chilometraggio può configurare diversi reati tra cui: falsità in scrittura privata, se il chilometraggio viene alterato su documenti di vendita, schede tecniche, certificazioni di manutenzione; frode nell’esercizio del commercio perché si inganna l’acquirente su una qualità essenziale del bene; truffa, che si configura quando c’è un vero e proprio raggiro artificioso e l’acquirente viene indotto a comprare con un inganno determinante (si realizza quindi un danno economico e un profitto ingiusto). Avremmo poi anche il reato di contraffazione materiale, che può entrare in gioco se il chilometraggio è alterato su documenti ufficiali (come le revisioni).
Come si ripartiscono le responsabilità in caso di problemi?
Una dichiarazione falsa in ambito commerciale non costituisce un mero errore formale ma può integrare una pratica idonea a indurre in errore il consumatore, incidendo sul suo processo decisionale. Nel sistema del Codice del Consumo, la responsabilità non si limita al produttore ma può estendersi a tutti i soggetti che contribuiscono alla presentazione del bene sul mercato o alla diffusione di informazioni ingannevoli, nei limiti del loro ruolo e del nesso causale con la pratica contestata. Il sistema normativo tutela, infatti, il legittimo affidamento del consumatore e la correttezza delle informazioni commerciali.
Quanto pesa il danno reputazionale?
In un contesto in cui l’attenzione verso sostenibilità, sicurezza, economia circolare e criteri ESG è in crescita, episodi di “fake certification” possono avere effetti significativi.
Si possono generare dubbi nei clienti, perdita di fiducia, riduzione delle opportunità commerciali e, nei casi più rilevanti, esclusione da gare o da rapporti con grandi clienti come flotte e compagnie assicurative.

IL NODO CULTURALE (ED ECONOMICO) DELLA FILIERA AFTERMARKET
Perché la certificazione è ancora vista come un costo?
Il tema non è tanto la comprensione tecnica del valore della certificazione, quanto la percezione del suo ritorno.
Molti operatori non vedono ancora una relazione diretta tra certificazione e vantaggio competitivo. Di conseguenza, viene percepita come un costo o un adempimento burocratico, piuttosto che come uno strumento di posizionamento sul mercato.
Questa percezione cambia nel momento in cui la certificazione diventa un requisito per operare: in quel caso, smette di essere una scelta e diventa una condizione necessaria per restare competitivi.
Il settore aftermarket ha bisogno di uno schema condiviso e riconosciuto di certificazione per usato e ricambi? Chi dovrebbe guidarlo: enti terzi, associazioni di settore o regolatore europeo?
Il settore automotive è già tra i più regolamentati. Tuttavia, esistono differenze importanti tra i vari mercati e anche settori (vedasi ricambi da circolarità).
In Paesi come la Germania, la diffusione della certificazione è legata a una combinazione di normativa, cultura tecnica e funzionamento del mercato. In altri contesti, invece, è ancora percepita come un elemento accessorio.
Resta però un punto fondamentale: il termine “certificato” ha valore solo se è supportato da un processo reale, indipendente, tracciabile e difendibile.
