Poche auto elettriche in Italia, Unrae: “Il divario col resto dell’UE è un burrone”
A settembre 2026 l'Italia resta terzultima in Europa per vetture elettriche (quota del 7,6%): l'Unrae auspica la defiscalizzazione delle auto aziendali per recuperare il ritardo
A settembre 2026 l'Italia resta terzultima in Europa per vetture elettriche (quota del 7,6%): l'Unrae auspica la defiscalizzazione delle auto aziendali per recuperare il ritardo
I numeri di settembre 2026 che riguardano il mercato auto europeo lo confermano e ribadiscono: l’Italia è molto indietro in tema di macchine elettriche. La quota di BEV si ferma al 7,6% in patria, posizionando il Belpaese al terzultimo posto tra i 31 Stati del Vecchio Continente, con una penetrazione inferiore a un quarto della media europea. Sul totale delle ricaricabili (le EVC, incluse quindi le ibride plug-in), Roma è fanalino di coda tra i big col 18,8%, contro quote superiori al 45% in Francia, Germania e Regno Unito. “Il divario nella diffusione delle vetture elettriche è ormai una sorta di burrone, che rischia di compromettere la stessa coesione europea. Siamo il secondo mercato per volumi della UE: ci servono condizioni concrete per poter recuperare terreno e partecipare alla transizione“, lancia l’allarme Andrea Cardinali, direttore generale Unrae, Unione Case estere.
UNA DELLE SOLUZIONI PER LA RIMONTA DELLE AUTO ELETTRICHE IN ITALIA: LE FLOTTE
Le mosse necessarie per dare ossigeno all’elettrico sono numerose. Fra le tante, il Documento Programmatico di Bilancio approvato il 13 ottobre: prevede l’attivazione della clausola di salvaguardia di 29 miliardi nel biennio 2027-2028. La metà è vincolata a investimenti sulla sicurezza energetica, tra i quali rientra l’elettrificazione dei trasporti, come dice la Commissione UE.
A novembre verrà presa una decisione dall’Ecofin: Consiglio Economia e Finanza UE. L’Unrae auspica “un’interpretazione estensiva di questa flessibilità a favore della transizione energetica dei trasporti. In tale ottica, la proposta congiunta di filiera sulla riforma fiscale delle auto aziendali consentirebbe di immatricolare 400.000 vetture a zero e basse emissioni nel triennio 2027-2029, con un impegno stimato di 515 milioni di euro“.
DA BRUXELLES ALL’ITALIA: I PASSI CHE ANDREBBERO FATTI
La spinta decisiva deve arrivare dalle scelte nazionali, sfruttando i margini consentiti dall’Unione Europea. La partita si gioca con la legge Bilancio 2027 in Italia del Governo Meloni: gli spazi finanziari esistono, grazie alla relativa elasticità concessa da Bruxelles.
“Con il prezzo del gasolio ai livelli attuali, ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati è una necessità primaria per famiglie e imprese: la defiscalizzazione delle auto aziendali a zero e basse emissioni è la misura più rapida, efficace ed efficiente per invertire la tendenza, rinnovare il parco circolante e generare un bacino di usato recente e accessibile”, la chiosa di Cardinali.

NO ALL’ITALIA IN SERIE B
La transizione verso la mobilità a zero emissioni è uno dei pilastri delle politiche comunitarie per il clima: se una parte del blocco avanza rapidamente mentre un’altra resta indietro, si creano profonde disuguaglianze.
Si rischia di spaccare il mercato dell’auto in veicoli “di serie A” (elettrici, diffusi nei Paesi più ricchi) e “di serie B” (termici o usati, concentrati nel Sud e nell’Est Europa): a sua volta, in Italia, esiste la questione meridionale, con un esercito di mezzi vecchi, molto inquinanti, con ricadute negative anche sulla sicurezza stradale.
Infine, il ritardo nell’adozione dell’elettrico mina la competitività della filiera automotive locale rispetto ai concorrenti esteri e agli altri partner europei più avanzati.