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Dazi UE sulle plug-in hybrid cinesi? A pagare il conto saranno le flotte aziendali
I possibili dazi UE sulle plug-in hybrid cinesi minacciano le flotte aziendali. Scopri come le nuove misure potrebbero influenzare il mercato
I possibili dazi UE sulle plug-in hybrid cinesi minacciano le flotte aziendali. Scopri come le nuove misure potrebbero influenzare il mercato
La mobilità aziendale europea rischia di trovarsi di fronte a una nuova e inattesa turbolenza. Secondo alcuni rumors che SICURAUTO.it ha prontamente riportato nei giorni scorsi, dopo i dazi compensativi introdotti nel 2024 sulle vetture elettriche a batteria prodotte in Cina, l’Unione Europea starebbe preparando misure analoghe anche per le plug-in hybrid. L’indiscrezione, se confermata e approvata dalla maggioranza degli Stati membri, potrebbe cambiare le dinamiche di un segmento in forte ascesa e a farne le spese, più di tutti, sarebbero le flotte aziendali, che sulla spinta delle nuove norme sul fringe benefit hanno abbracciato con convinzione questa tecnologia.
IL SUCCESSO DELLE PHEV CINESI
Finora, i veicoli con tecnologia ibrida plug-in provenienti dalla Cina hanno beneficiato di una sorta di “zona grigia” normativa. Dal punto di vista della regolamentazione europea, infatti, le PHEV sono classificate come vetture a combustione tradizionale dotate di supporto elettrico, rimanendo così escluse dalle pesanti barriere doganali applicate alle auto totalmente elettriche. Questa asimmetria tariffaria ha spinto molti costruttori asiatici, per esempio BYD ma non solo, a focalizzare la propria strategia commerciale europea proprio sui modelli con la spina e il motore termico. I dati più recenti evidenziano un aumento a tre cifre nelle vendite di marchi cinesi di punta, i quali sono riusciti a conquistare quote di mercato significative in pochissimo tempo, posizionandosi come una valida alternativa per i clienti non ancora pronti al passaggio all’elettrico puro.
L’IMPATTO SUI COSTI AZIENDALI
Il vero fulcro della questione riguarda le flotte aziendali, che in Europa rappresentano il principale sbocco di questa motorizzazione. Molti fleet manager hanno inserito le vetture ibride plug-in cinesi all’interno delle proprie car policy per via di un rapporto tra prezzo, dotazioni e agevolazioni fiscali estremamente favorevole. In diversi mercati, la quota di vendite PHEV destinata alle aziende supera spesso il 60-70% del totale per alcuni marchi della Cina.
L’introduzione dei dazi significherebbe però un inevitabile aumento dei prezzi di listino, che si rifletterebbe in canoni di leasing e di noleggio a lungo termine molto più elevati. Di conseguenza il costo totale di gestione del veicolo, che finora era rimasto competitivo, salirebbe rapidamente allineandosi o superando quello dei concorrenti europei o giapponesi, riducendo di conseguenza l’attrattività economica delle PHEV made in China.

LA CONTROMOSSA DELLE CASE AUTO CINESI
A preoccupare maggiormente i responsabili degli acquisti aziendali è la rapidità con cui queste misure potrebbero essere applicate. A differenza del passato, l’iter per i nuovi dazi potrebbe non richiedere i lunghi mesi delle indagini anti-dumping tradizionali, lasciando pochissimo margine di pianificazione alle imprese. Resta inoltre il nodo legato all’applicazione delle tariffe sugli ordini già approvati ma non ancora consegnati. Nel frattempo, i produttori cinesi preparano le contromosse. Proprio BYD ha già avviato la produzione in Ungheria e punta a essere percepito come costruttore europeo entro cinque anni, espandendo la già buona rete di assistenza e valutando acquisizioni di nuovi siti produttivi sul continente. Altri marchi stanno seguendo strategie simili per aggirare le barriere tariffarie. Tuttavia questi investimenti richiedono tempo: nel breve-medio periodo le flotte aziendali italiane ed europee rischiano di subire le conseguenze di questa escalation.