Trump caccia le auto elettriche cinesi dagli USA: in Europa dovremmo imitarlo?
Trump blocca Polestar, che abbandona il mercato statunitense dal 2027, vittima delle rigide normative USA sulla sicurezza digitale anti Cina
Trump blocca Polestar, che abbandona il mercato statunitense dal 2027, vittima delle rigide normative USA sulla sicurezza digitale anti Cina
Il presidente USA Trump, nella sua “guerra” anti Cina, ha bannato Polestar, che dice addio al mercato nordamericano a partire dal Model Year 2027. Il motivo del contendere è la complessa “Connected Vehicle Rule“, una normativa che impone standard elevatissimi in materia di sicurezza digitale e trattamento dei dati personali, in funzione di barriera contro l’avanzata di Pechino. Provocatoriamente, c’è da chiedersi se l’UE debba seguire l’esempio di Washington per contrastare il dominio del Dragone.
TRUMP CONTRO LA CINA AUTOMOTIVE, COSA SUCCEDE
Washington ha tracciato una linea rossa: le tecnologie e le filiere, specialmente quelle legate a software e connettività di origine cinese, devono rispettare criteri di trasparenza e controllo che il marchio Polestar, parte del Gruppo asiatico Geely, non è riuscito a soddisfare.
È un paradosso tecnologico: mentre la “cugina” Volvo ha ottenuto l’omologazione, l’altro brand europeo – nonostante la forte sinergia ingegneristica – si è scontrata contro un muro normativo invalicabile, che di fatto esclude il marchio dai futuri sviluppi nel Paese.
EUROPA GREEN IN ENORME DIFFICOLTÀ
Il Vecchio Continente si trova oggi in una posizione delicata. Se da un lato l’Unione Europea ha avviato indagini sui sussidi di stato cinesi che favoriscono l’export di auto elettriche a basso costo con dazi anti elettriche (si vocifera anche di tasse anti ibride plug-in), dall’altro l’adozione di un approccio protezionistico basato sulla “sicurezza digitale” richiederebbe un cambio di paradigma profondo.
Diversi osservatori auspicano uno stop immediato alle macchine cinesi in UE, con una cancellazione del Green Deal e del suo ban termiche 2035, che avrebbe causato solo gravissimi danni a Case e indotto.
Solo per VW, va registrato il balzo del numero dei posti di lavoro a rischio (passati da 28 mila a 50 mila, fino a 100 mila). L’idea che gli investimenti cinesi in Europa possano colmare il vuoto occupazionale lasciato dalla chiusura o dal ridimensionamento degli impianti storici è per qualcuno una mera illusione.
Urge almeno l’adozione di un sistema severo di contingentamento delle importazioni dalla Cina. Senza un intervento radicale che riequilibri le condizioni di accesso al mercato e protegga il tessuto manifatturiero continentale, l’industria europea rischia la marginalizzazione definitiva entro un arco temporale di soli cinque anni.
Imitare gli Stati Uniti significherebbe trasformare il campo di battaglia economico in una questione di sicurezza nazionale, sollevando barriere non solo sul prezzo delle vetture, ma sull’architettura stessa dei sistemi di bordo.

PRO DI UN’EVENTUALE BARRIERE UE CONTRO LA CINA
Un’eventuale replica europea delle restrizioni statunitensi comporterebbe vantaggi e rischi significativi. Tra i vantaggi, una tutela superiore della sovranità dei dati dei cittadini europei, un settore sempre più sensibile man mano che l’auto diventa uno smartphone su ruote, capace di raccogliere ogni nostra abitudine di movimento.
Inoltre, si proteggerebbe l’industria interna da una dipendenza tecnologica che, nel lungo periodo, potrebbe svuotare le competenze europee nel software automotive.
VECCHIA IDEA DI BIDEN
D’altronde, in USA, bluetooth, Wi-Fi, connettività cellulare e alcune tecnologie di comunicazione satellitare sono coperti da regole speciali già da gennaio 2025, quando c’era l’allora presidente Joe Biden. Che ha sempre avuto splendidi rapporti con tutti i Paesi UE e con Bruxelles.
RISCHI DI UN FORTE PROTEZIONISMO
Tuttavia, i pericoli di una svolta protezionista UE non mancano. Una stretta indiscriminata potrebbe accelerare l’isolamento tecnologico del mercato europeo, con il rischio di ritorsioni cinesi che colpirebbero i marchi europei che, al contrario, hanno investito miliardi in Cina per vendere prodotti premium proprio lì.
Di certo, la Cina non gradirebbe. Secondo l’Associazione cinese dei produttori di automobili, a maggio la superpotenza orientale ha esportato circa 435.000 veicoli elettrici passeggeri e ibridi plug-in, più del doppio rispetto all’anno precedente, gran parte proprio in UE: l’Europa è la chiave per la sovracapacità automotive del Regno di Mezzo.
L’Europa è un mercato estremamente frammentato dove l’auto elettrica cinese, per quanto controversa, sta offrendo una leva competitiva necessaria per abbassare i prezzi di listino, ancora troppo elevati per il consumatore medio.
DIFFERENTI POSIZIONI DI PARTENZA
La scelta non è semplice. Mentre gli Stati Uniti possono permettersi una posizione di forza basata sull’autonomia, l’Europa è un’economia aperta che fatica a trovare un equilibrio tra la protezione del proprio tessuto industriale e la necessità di una transizione ecologica rapida.
L’esempio di Polestar dimostra che, nel futuro della mobilità, il confine tra auto e dispositivo di sorveglianza è sempre più labile. Se l’Europa deciderà di imitare la strategia d’oltreoceano, non dovrà farlo solo per proteggere i profitti delle Case automobilistiche locali, ma per definire una propria, autonoma, visione digitale, evitando di diventare terra di conquista tecnologica per potenze straniere, siano esse americane o cinesi. In questa partita, il software è diventato più importante del motore.