Dazi auto elettriche cinesi: Regno Unito come l’UE, tasse fino al 45%?
Il Governo britannico valuta l'introduzione di dazi fino al 45% sulle auto elettriche cinesi per allinearsi alle tariffe comunitarie
Il Governo britannico valuta l'introduzione di dazi fino al 45% sulle auto elettriche cinesi per allinearsi alle tariffe comunitarie
Il Regno Unito sta valutando la possibilità di introdurre nuovi dazi sulle importazioni di auto elettriche cinesi, con aliquote che potrebbero arrivare al 45%, avvicinandosi così al livello delle misure già adottate dall’Unione Europea. Nessuna decisione definitiva è stata tuttavia presa e, al momento, sulle vetture importate dalla Cina continua ad applicarsi il normale dazio britannico del 10%. Al centro della discussione c’è un timore preciso di Bruxelles: il mercato britannico potrebbe diventare una destinazione privilegiata per le BEV del Dragone. Il vantaggio competitivo dei produttori della nazione asiatica, secondo l’UE, sarebbe sostenuto anche da un sistema di sussidi pubblici che consente alle aziende di offrire prezzi particolarmente aggressivi nel mondo, dice The Times.
DAZI AUTO ELETTRICHE CINESI: LA SCELTA UE
L’Unione Europea ha già scelto una linea più dura. Dopo l’indagine avviata dalla Commissione europea, Bruxelles ha introdotto dazi compensativi sulle auto elettriche provenienti dalla Cina, differenziati in base al produttore. Sommando il dazio ordinario del 10% alle misure compensative, il prelievo complessivo può arrivare fino al 45,3%.
Londra si trova ora davanti a un dilemma strategico. Potrebbe seguire l’esempio dell’Unione europea e aumentare fortemente i dazi per proteggere i produttori automobilistici britannici dalla concorrenza cinese. Al contempo, si ridurrebbe il rischio di essere esclusi dalle future regole europee sulle produzioni locali.
Qual è il problema? I consumatori britannici avrebbero meno scelta e potrebbero pagare prezzi più elevati. Inoltre, esiste un pericolo: l’eventuale reazione di Pechino con dazi sui prodotti britannici. La politica Made in Europe mira a ridurre la dipendenza dai componenti cinesi dando priorità ai beni prodotti in Europa, sollevando preoccupazioni tra i produttori automobilistici britannici che forniscono componenti alle catene produttive europee e vendono veicoli in tutto il blocco.
DAZI UK: SI RESTA NEL LIMBO
Un portavoce UK ha chiarito che non è stata ancora presa alcuna decisione e che qualsiasi intervento dovrà essere valutato alla luce dell’interesse nazionale e attraverso il confronto con l’industria automobilistica.
La scelta, dunque, non riguarda soltanto le auto. Londra deve decidere quale equilibrio trovare tra la tutela dell’industria nazionale, l’accesso dei consumatori a veicoli elettrici a prezzi competitivi, i rapporti commerciali con la Cina e la necessità di mantenere uno stretto legame con il mercato europeo.

INVECE L’UE POTREBBE RADDOPPIARE: DAZI ANTI PHEV
L’Unione Europea valuta di raddoppiare i dazi d’importazione sui mezzi ibridi plug-in prodotti in Cina, passando dal regime attuale fino ad aliquote vicine al 40%. Questa misura nasce dal prosieguo delle indagini anti-sussidi avviate dalla Commissione Europea, volte a proteggere l’industria automobilistica continentale da una concorrenza ritenuta sleale a causa delle ingenti sovvenzioni statali concesse da Pechino ai propri costruttori.
Il mercato dei veicoli PHEV ha registrato una crescita esponenziale. Molti produttori cinesi hanno incrementato l’esportazione di modelli ibridi per aggirare i dazi già imposti sulle auto elettriche pure: questi veicoli rappresentano una fascia strategica di transizione, molto richiesta dai consumatori europei ancora frenati dalle carenze dell’infrastruttura di ricarica pubblica.
POTENZA AUTOMOTIVE CINESE: COME ARGINARLA?
Come si evince, il Green Deal UE auto elettrica è un percorso pieno di insidie: imponendo tappe forzate verso l’elettrificazione senza avere una filiera industriale autonoma, le istituzioni occidentali si sono rese in gran parte dipendenti dalle forniture, dai materiali critici e dalle batterie cinesi.
Questa scelta ha creato il rischio di un cortocircuito geopolitico ed economico: non si hanno più le armi industriali o normative per respingere l’avanzata competitiva di Pechino senza penalizzare i propri consumatori o rischiare ritorsioni commerciali.