Scandalo airbag Takata: perché è successo e chi si è salvato?
I passaggi principali che hanno caratterizzato lo scandalo degli airbag Takata e le Case auto che hanno avuto un ruolo marginale
I passaggi principali che hanno caratterizzato lo scandalo degli airbag Takata e le Case auto che hanno avuto un ruolo marginale
Lo scandalo degli airbag Takata riguarda il più grande richiamo nella storia dell’industria automobilistica, un caso che ha trasformato un dispositivo di sicurezza salvavita in un pericolo mortale. Al centro della crisi c’è l’utilizzo di un propellente chimico economico ma instabile, il nitrato di ammonio, capace di deteriorarsi con il tempo e l’umidità fino a causare esplosioni violente con lancio di schegge metalliche nell’abitacolo. Tuttavia, sebbene le campagne di richiamo abbiano interessato oltre 100 milioni di veicoli nel mondo, il panorama non è stato uniforme. Diverse case automobilistiche sono infatti riuscite a restare ai margini del disastro o a evitarlo del tutto, avendo deciso di affidarsi a fornitori alternativi a Takata o a soluzioni tecnologiche differenti. Scopriamo quali sono.
DISASTRO AIRBAG TAKATA: IL PROBLEMA TECNICO
Il problema tecnico che ha portato al disastro degli airbag Takata risiede, come detto, nell’uso del nitrato d’ammonio come propellente, una sostanza economica ma estremamente sensibile all’umidità e agli sbalzi termici che, degradandosi nel tempo, può trasformare l’attivazione dell’airbag in una vera e propria esplosione metallica.
Molte case automobilistiche scelsero inizialmente Takata, abbandonando fornitori storici, attratte dai costi drasticamente inferiori (4 dollari a unità, ovviamente da moltiplicare per i milioni di veicoli prodotti) e dalla compattezza dei moduli, che permettevano una maggiore libertà nel design degli interni. Questa combinazione tra risparmio e praticità spinse l’industria a ignorare i potenziali rischi di una chimica meno stabile, legando il destino di milioni di veicoli a un componente rivelatosi poi difettoso.
SCANDALO AIRBAG TAKATA: LA CRONOLOGIA
La crisi Takata non è stata un evento improvviso, ma un lento accumulo di segnali ignorati e richiami tardivi che si sono trascinati per oltre due decenni. Quello che era iniziato come un problema isolato su pochi modelli è presto degenerato nel più grande fallimento industriale della sicurezza stradale.
Ecco i passaggi chiave che hanno segnato questa vicenda:
- 2000-2002: emergono i primi report interni a Takata su anomalie durante i test, ma le informazioni non vengono trasmesse ai costruttori.
- 2004: si verifica il primo incidente grave su una Honda Accord; la casa giapponese e Takata iniziano a investigare senza però lanciare un allarme globale.
- 2008-2009: Honda effettua il primo richiamo ufficiale. Iniziano a verificarsi le prime vittime accertate negli Stati Uniti, attirando l’attenzione dell’NHTSA (l’ente americano per la sicurezza stradale).
- 2013: lo scandalo diventa mondiale. Toyota, Honda, Nissan e Mazda richiamano contemporaneamente milioni di veicoli per difetti agli airbag frontali.
- 2015: Takata ammette ufficialmente che i suoi componenti sono difettosi. Gli Stati Uniti impongono una multa record e i richiami si estendono a decine di milioni di pezzi.
- 2017: travolta dai debiti e dalle cause legali, Takata dichiara bancarotta ed è acquisita dalla Key Safety Systems.
- 2020-2026: le ondate di richiami continuano a colpire modelli più vecchi o mercati specifici, come dimostrato dai recenti Stop Drive per milioni di auto in Europa e nel resto del mondo. Da poco il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti consente di verificare online se la propria auto debba essere sottoposta richiamo. In Italia, incredibile ma vero, risultano ancora circolanti 1,6 milioni di veicoli equipaggiati con airbag Takata difettosi.
Anche a livello di impatto su veicoli, automobilisti e le stesse aziende, le conseguenze dello scandalo Takata sono state senza precedenti
- Oltre 100 milioni di veicoli: è la stima globale delle auto richiamate per la sostituzione degli airbag, rendendola la più grande campagna di richiamo della storia.
- Almeno 40 vittime accertate: i decessi collegati all’esplosione degli airbag sono avvenuti in tutto il mondo, con casi recenti registrati anche in Italia e Francia tra il 2024 e il 2025.
- Più di 400 feriti: centinaia di persone hanno riportato lesioni gravi, spesso causate da schegge metalliche proiettate ad alta velocità durante incidenti anche di lieve entità.
- Bancarotta e sanzioni: Takata è stata condannata a pagare oltre un miliardo di dollari di multe negli Stati Uniti prima di dichiarare fallimento nel 2017.
- Ordini di ‘Stop Drive’: per molti modelli datati, le autorità hanno imposto il divieto assoluto di circolazione fino all’avvenuta riparazione, a causa dell’altissimo rischio di esplosione.
I MARCHI CHE SI SONO SALVATI DALLO SCANDALO TAKATA
Tuttavia, mentre la maggior parte dell’industria cedeva alle lusinghe economiche di Takata, alcuni marchi si dimostrarono più lungimiranti (a questo proposito leggi con attenzione il post Linkedin in alto), preferendo continuare ad affidarsi ad aziende con standard più rigorosi, come la svedese Autoliv o la statunitense TRW Automotive. Renault, ad esempio, evitò quasi del tutto il disastro proprio grazie alla storica partnership con Autoliv, che utilizzava una tecnologia basata sul nitrato di guanidina, decisamente più stabile del nitrato di ammonio. Altre Case auto adottarono invece una strategia di diversificazione: pur acquistando da Takata per alcuni mercati, mantennero fornitori alternativi per i modelli di punta o per intere gamme (come la Mercedes-Benz per la Smart), limitando drasticamente l’esposizione al rischio.
Ecco i principali marchi che sono rimasti esclusi dai richiami o che hanno registrato un coinvolgimento estremamente marginale:
- Fiat, Alfa Romeo, Lancia: i loro modelli prodotti in Europa hanno usato sistemi di gonfiaggio differenti di Takata, restando in gran parte fuori dall’occhio del ciclone. Tra le poche eccezioni la Lancia Thema prodotta dal 2011 al 2014, ma solo perché si trattava di una Chrysler 300 rimarchiata. Ulteriori coinvolgimenti marginali hanno riguardato solo modelli specifici destinati a mercati extra-europei o importazioni parallele.
- Hyundai, Kia: si fanno gli airbag in casa mediante la divisione Mobis. Hyundai si rifornisce anche da Autoliv.
- Jaguar Land Rover: pur avendo avuto richiami su modelli specifici e molto limitati, ha gestito la crisi con volumi minimi rispetto ai competitor.
- Peugeot: quasi per niente colpita, avendo deciso di affidarsi ad Autoliv. Solo la Peugeot iOn montava airbag Takata e su appena 400 unità.
- Porsche: ha registrato un coinvolgimento estremamente limitato.
- Renault, Dacia, Alpine: tra i pochi marchi a restare fedeli fin dall’inizio a fornitori europei più sicuri per quasi l’intera flotta.
- Smart: il marchio è rimasto sostanzialmente escluso dalle ondate di richiami, poiché le architetture dei modelli Fortwo e Forfour utilizzavano prevalentemente sistemi di ritenuta forniti da partner del gruppo Mercedes-Benz che non impiegavano la tecnologia incriminata.
- Volvo: da sempre focalizzata sulla sicurezza, ha mantenuto standard costruttivi che escludevano le soluzioni Takata a basso costo.