Prezzi benzina e diesel: tsunami in arrivo senza protezione
Il Governo ha eliminato il (micro) taglio accise troppo presto: adesso torna l’incubo caro prezzi alla pompa
Il Governo ha eliminato il (micro) taglio accise troppo presto: adesso torna l’incubo caro prezzi alla pompa
Gli automobilisti italiani si avvicinano alle pompe di benzina e diesel col batticuore: i prezzi volano per il riaccendersi delle tensioni geopolitiche e per la prematura cancellazione del taglio accise. A poco più di due settimane dalla fine di quella che Figisc (sindacato gestori carburanti) definisce una “tregua farlocca“, per i nuovi scontri tra USA e Iran il greggio e i raffinati hanno iniziato la corsa verso l’alto. Risultato: diesel che spacca il muro dei 2 euro il litro in self, e benzina quasi a 1,9 euro. Anche per via delle speculazioni.
Il periodo compreso tra il 26 giugno e il 13 luglio 2026 ha segnato un incremento impressionante delle quotazioni internazionali: il Brent è balzato del 15,49%, passando da 63,14 €/barile a 72,92 €/barile. Adesso è a un millimetro da 85 dollari. Ancora più drammatico è il dato relativo al gasolio raffinato, che nello stesso lasso di tempo ha subito un’impennata del 27,44%, un ritmo di crescita che doppia quello della benzina (+9,69%).
BENZINA E DIESEL: LE ACCISE PIENE PICCHIANO DURO SUL PIENO
A esacerbare un quadro già complesso si è aggiunta la decisione del Governo di non mantenere le misure di contenimento fiscale. Dal 4 luglio, infatti, le accise unificate sono schizzate 0,62290 a 0,67290 €/litro, un aumento secco dell’8,03% (IVA inclusa). Questo rialzo fiscale, sommato alla pressione rialzista delle quotazioni del greggio, sta drenando il potere d’acquisto dei consumatori con una velocità inattesa.
Le rilevazioni sulla media nazionale confermano la tendenza: dall’inizio di questo biennio di crisi, il riflesso sui prezzi alla pompa è già tangibile. Il gasolio servito ha visto un rincaro del 3,91%, mentre il self-service segna un +4,51%. La benzina, pur con ritmi leggermente meno accentuati, non è stata risparmiata, registrando aumenti tra il 3,06% e il 3,52% a seconda della modalità di erogazione.
UN SALTO NEL VUOTO
Il nodo della questione risiede nella tempistica. La scelta di cancellare il taglio accise in un momento in cui le quotazioni del greggio e dei raffinati stavano già entrando in una fase di forte volatilità solleva dubbi sulla strategia di protezione dell’Esecutivo.
Viviamo una fase di profonda fibrillazione: il rischio è che il costo dei carburanti torni a pesare in modo insostenibile sulla bilancia delle famiglie italiane, proprio nel pieno della stagione estiva.

GAS: SCHIAFFO ANCORA PIÙ FORTE
Secondo un’analisi di Goldman Sachs, il mercato europeo del gas naturale (Ttf) presenta attualmente una vulnerabilità significativamente maggiore rispetto a quello petrolifero (Brent). Nonostante la graduale normalizzazione dei transiti nello Stretto di Hormuz, si è già a 52 €/MWh con un incremento del 78% da inizio anno.
La tensione deriva principalmente da due fattori: una ripresa più rapida delle esportazioni petrolifere rispetto a quelle di gas naturale liquefatto (Gnl) dal Medio Oriente e una domanda asiatica di Gnl in netta risalita, specialmente dalla Cina.
Poiché i prezzi asiatici (indice Jkm) restano elevati, essi continuano ad attrarre carichi di Gnl – inclusi quelli flessibili statunitensi – sottraendo offerta vitale al mercato europeo, i cui stoccaggi invernali risultano attualmente inferiori alla media stagionale.
Per garantire le necessarie forniture prima dell’inverno, la banca americana stima che il prezzo del Ttf potrebbe salire fino a 65 €/MWh. Tutte da verificare le pesantissime ripercussioni sia sui consumatori sia sulle imprese: fra le più esposte, quelle automotive, iper energivore.
L’UNIONE EUROPEA TREMA PER I COSTI DELL’ENERGIA
Proprio mentre il caldo africano “scioglie” l’asfalto delle strade UE, Bruxelles affronta il concreto rischio di una crisi del gas per il prossimo inverno, avverte The Economist.
Il mercato risulta estremamente contratto, con crescenti volumi di Gnl statunitense dirottati verso l’Asia, dove l’ondata di caldo e la ridotta disponibilità di forniture dal Qatar, a causa del conflitto nel Golfo, stanno spingendo la domanda.
In più, c’è la maggiore necessità di gas per compensare la scarsa produzione idroelettrica e nucleare. Eventuali interruzioni impreviste, come guasti agli impianti o cali dalle importazioni russe, potrebbero causare pericolose tensioni sui prezzi.

GAS RUSSO: QUALCUNO CI PENSA DUE VOLTE PRIMA DI DIRE ADDIO
La prova del guaio che attanaglia l’Europa? Nel grafico in alto di Ispi. “A meno di sei mesi dall’entrata in vigore del divieto definitivo sulle importazioni di gas russo, l’Unione Europea rappresenta ancora un mercato cruciale per il Gnl di Mosca“. Stando ai dati del primo semestre del 2026, oltre il 97% dei cargo di Gnl provenienti dallo stabilimento di Yamal è approdato in porti europei, continuando a rimpinguare le casse del Cremlino.
Prima dell’addio al gas di Mosca, ci pensano due volte Francia, Belgio, Paesi Bassi. E Spagna. Proprio quest’ultima, grazie a prezzi dell’energia molto bassi rispetto all’Italia e ad altre nazioni, attira fortissimi investimenti delle Case auto cinesi. Almeno fino a quando l’energia costerà poco.