Benzina e diesel infiammano la campagna elettorale: cosa promettono destra e sinistra

Benzina e diesel infiammano la campagna elettorale: cosa promettono destra e sinistra

La destra punta sul taglio delle accise e il sostegno ai ceti medi, mentre la sinistra propone di azzerare l'IVA sulle accise e incentivare la transizione ecologica

 

La destra punta sul taglio delle accise e il sostegno ai ceti medi, mentre la sinistra propone di azzerare l'IVA sulle accise e incentivare la transizione ecologica

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10 Settembre 2026 - 10:08

Carburanti protagonisti della campagna elettorale per la tornata 2027: infatti i prezzi di benzina e diesel sono diventati stellari, con un ulteriore rialzo stamane. Secondo il ministero delle Imprese, in self su rete nazionale, verde a 2,067 euro (il livello più alto dal 22 marzo 2022), e gasolio a 2,184, su rispettivamente di un centesimo e di 7 millesimi. Così, adesso destra e sinistra affilano le armi, proponendo ricette anti caro energia. Chi è al Governo concentra il proprio programma sul contenimento fiscale diretto, considerando il carburante un bene di prima necessità legato alla produttività e agli spostamenti del ceto medio. Chi è all’opposizione risponde con una visione che intreccia l’emergenza economica a breve termine con la transizione ecologica di lungo periodo.

PREZZI BENZINA E DIESEL STELLARI: LA SOLUZIONE DELLA DESTRA

La destra punta innanzitutto a ridurre il prezzo alla pompa, intervenendo sulla componente fiscale che grava direttamente su benzina e gasolio (0,171 euro sul diesel sino alla mezzanotte di oggi). La priorità è quindi un alleggerimento delle accise, preferibilmente attraverso strumenti automatici e sostenibili per i conti pubblici, evitando di trasformare ogni fiammata del petrolio in un nuovo decreto d’emergenza.

Il meccanismo delle accise mobili rappresenta la soluzione più immediata: quando l’aumento del prezzo del petrolio genera maggiori entrate IVA per lo Stato, una parte di quelle risorse può essere restituita agli automobilisti attraverso una riduzione delle accise. È uno strumento già previsto dall’ordinamento e nel 2026 è stato nuovamente messo al centro della strategia del governo.

Accanto alla misura generalizzata, la destra privilegia aiuti mirati alle categorie più esposte, in particolare autotrasportatori, imprese di trasporto e lavoratori penalizzati dall’aumento dei costi energetici. Sono già stati utilizzati strumenti come crediti d’imposta e contributi straordinari per l’autotrasporto.

La filosofia è dunque: meno tasse sul carburante, sostegno selettivo a famiglie e imprese, attenzione alla sostenibilità finanziaria. L’obiettivo immediato è proteggere potere d’acquisto, mobilità e competitività senza trasformare il caro-carburanti in una spesa permanente per lo Stato.

Si parla anche di tassazione progressiva sugli extraprofitti: introduzione di un prelievo straordinario sulle compagnie energetiche per finanziare un fondo di compensazione destinato ai trasportatori e alle flotte aziendali. Anche se la maggioranza appare spaccata in materia.

CARBURANTI BOOM: LE IDEE DELLA SINISTRA

La sinistra tende a leggere il caro-carburanti non soltanto come un’emergenza fiscale, ma come il sintomo di una dipendenza strutturale dai combustibili fossili. La risposta dovrebbe quindi combinare un intervento immediato sui prezzi con misure capaci di ridurre nel tempo la vulnerabilità di famiglie, imprese e trasporti alle oscillazioni del petrolio.

Nel breve periodo, la proposta più concreta è utilizzare le accise mobili, destinando parte del maggiore gettito IVA generato dall’aumento del prezzo del greggio alla riduzione delle accise. Una proposta parlamentare del 2026 prevedeva espressamente questo meccanismo, con l’obiettivo di compensare l’aumento del prezzo internazionale del petrolio senza gravare strutturalmente sul bilancio pubblico.

A questa misura si affiancano bonus e aiuti mirati alle fasce più deboli, anziché distribuire indistintamente lo stesso beneficio a tutti gli automobilisti. Nel centrosinistra sono inoltre emerse proposte per intervenire sugli extraprofitti del settore energetico e finanziare misure di sostegno.

Nel medio-lungo periodo, la strategia cambia: più trasporto pubblico, elettrificazione della mobilità, infrastrutture e minore dipendenza dal petrolio. La logica è quindi: proteggere subito famiglie e imprese, ma “usare” la crisi per accelerare la transizione energetica, riducendo alla radice l’esposizione dell’economia italiana agli shock del petrolio.

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DALL’AUTO AI TIR, ALLARME ROSSO INFLAZIONE

Il fatto è che la fiammata dei prezzi è un incubo per gli automobilisti e non risparmia la filiera logistica. Le associazioni di categoria degli autotrasportatori lanciano l’allarme per l’effetto cascata sui costi dei beni di consumo, in particolare i generi alimentari. Il rischio reale è l’innesco di una nuova spirale inflazionistica che potrebbe frenare i consumi interni nei prossimi trimestri.

La sfida tra i due schieramenti, a caccia di consensi, non si gioca solo sul terreno dei numeri, ma anche sulla sostenibilità finanziaria dei provvedimenti: ogni riduzione delle accise comporta minori entrate per le casse dello Stato, imponendo alle future forze di governo di specificare le coperture economiche prima di procedere con i tagli alla pompa.

BARILE DI PETROLIO OLTRE 100 DOLLARI: UE IMPREPARATA

Intanto, con la guerra USA-Iran che si inasprisce, il Brent vola oltre i 100 dollari al barile e al massimo dal 22 maggio, riferisce Staffetta Quotidiana. L’Unione Europea si ritrova impreparata di fronte a un nuovo shock dei prezzi: priva di un meccanismo unico di acquisto o di uno scudo fiscale comunitario contro la speculazione sui mercati, lascia i singoli Paesi membri esposti a manovre d’emergenza in ordine sparso. In piena transizione green obbligatoria, che richiede investimenti immensi.

Senza un coordinamento europeo sulle scorte strategiche e sugli stoccaggi, le misure tampone nazionali rischiano di prosciugare il bilancio pubblico, lasciando famiglie e imprese vulnerabili all’onda d’urto dell’inflazione globale.

Sullo sfondo, ad aggravare la situazione, la rinuncia al gas russo low cost, sostituito da forniture più costose e soggette alla volatilità dei mercati internazionali, pesa ulteriormente sulla sicurezza energetica europea. Con gli stoccaggi sotto i livelli dello scorso anno e il Medio Oriente in ebollizione, Bruxelles affronta così uno dei passaggi più delicati della sua strategia energetica.

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