L’Italia senza Autoriparatori: “il ricambio generazionale che non c’è”
Chi riparerà la tua auto fra dieci anni? Riflessioni su un mestiere che sparisce in silenzio, tra culle vuote e officine che chiudono
Chi riparerà la tua auto fra dieci anni? Riflessioni su un mestiere che sparisce in silenzio, tra culle vuote e officine che chiudono
In Italia si può ancora trovare un meccanico sotto casa. Ma fra dieci anni, forse, non sarà più così. È l’allarme silenzioso che arriva da uno dei settori storici dell’artigianato italiano: l’autoriparazione. Officine meccaniche, carrozzerie, gommisti stanno attraversando una crisi meno visibile di altre, ma non per questo meno profonda: quella del ricambio generazionale mancato. La questione non riguarda solo le imprese di settore, ma chiama in causa l’intero sistema Paese. Perché se non si forma, non si attira e non si trattiene nuova manodopera, si spezza la continuità di competenze, professionalità e servizi che tengono in piedi la quotidianità. E non solo quella dei motori. Questo approfondimento fa parte del più ampio 5° Aftermarket Report di SICURAUTO.it “Tech & Fintech, ricambi sostenibili e ricambio generazionale”.
LA CRISI DEMOGRAFICA E L’ITALIA CHE INVECCHIA
Il primo campanello d’allarme suona nel silenzio delle culle. Nel 2023 sono nati meno di 380 mila bambini, l’ennesimo record negativo in un’Italia che da oltre un decennio vede crollare le nascite. Negli ultimi vent’anni sono “scomparsi” oltre 3,5 milioni di giovani under 35. Risultato: il tessuto produttivo invecchia. Oggi, gli imprenditori over 60 sono più dei giovani imprenditori under 35. E mentre la generazione che ha fondato botteghe e imprese si prepara al ritiro, nessuno è pronto a subentrare.
Il fenomeno tocca tutto il mondo dell’artigianato, ma si fa drammatico nell’autoriparazione. Le stime delle associazioni di categoria parlano chiaro: entro il 2035 potrebbe sparire il 50% delle aziende artigiane del comparto, semplicemente perché non ci sarà nessuno a mandarle avanti.
OFFICINE IN AFFANNO E GIOVANI INTROVABILI
“La nostra officina è aperta da quarant’anni. Ma quando andrò in pensione, chiuderemo. Mio figlio ha scelto di lavorare nella finanza, a Londra.” È una testimonianza tra tante. Titolari che hanno fatto crescere aziende familiari ora si trovano senza eredi professionali. Non per mancanza di volontà, ma per mancanza di giovani. E quando ci sono, spesso guardano altrove.
Secondo Unioncamere, quasi la metà delle posizioni richieste dalle imprese oggi è di difficile reperimento. Nell’artigianato, le professioni più “introvabili” sono proprio quelle tecniche: meccatronici, carrozzieri, lamieristi, verniciatori, ecc. E non si tratta solo di numeri. I giovani italiani sembrano sempre più lontani da questi mestieri, per motivi culturali, economici e formativi. Ne abbiamo parlato anche nelle interviste al sociologo Daniele Marini e alla psicologa Irene Lovato Menin.

SCUOLE PROFESSIONALI: IL BUCO NELLA FILIERA
Il canale naturale per formare i nuovi artigiani dovrebbe essere quello delle scuole professionali. Ma qui si apre un altro fronte. Gli istituti tecnici e professionali, oggi, faticano a dialogare con il mondo reale delle imprese. I programmi non tengono il passo con l’evoluzione della tecnologia in officina. La meccatronica, la diagnostica digitale, l’elettronica dell’auto richiedono competenze che spesso i neodiplomati non possiedono.
Il problema, tuttavia, inizia ancora prima: le scuole professionali sono percepite come una scelta di serie B, un ripiego. E così, solo una piccola parte degli studenti che escono da questi percorsi finisce davvero in azienda. Un trend che i protagonisti dell’aftermarket stanno cercando di invertire con, ad esempio, il progetto LKQ Young Talents e la Fondazione ITS MOVE a cui partecipa AsConAuto.
FIGLI D’ARTE CHE SCELGONO ALTRO
Un tempo, il passaggio di testimone era naturale. Oggi non più. I figli degli artigiani scelgono altri percorsi: università, grandi aziende, esperienze all’estero. Non è solo una fuga dal lavoro manuale, ma una fuga da un modello che non sembra più garantire futuro. A preoccupare non è solo la scelta diversa, ma l’assenza di alternative. Perché quando il figlio non subentra e non ci sono nuovi apprendisti, l’azienda si spegne.
L’ARTIGIANATO DIVENTA MULTIETNICO
Per reagire, alcune aziende stanno aprendo a nuove soluzioni. Cresce il numero di lavoratori stranieri, spesso introdotti tramite agenzie interinali specializzate nel reclutamento all’estero. In molte città italiane, oggi, un carrozziere su tre è di origine non italiana. A Milano, quasi la metà delle imprese artigiane individuali è guidata da stranieri.
Una risorsa preziosa, ma non priva di difficoltà: problemi linguistici, necessità di formazione, integrazione culturale. E non sempre questi lavoratori restano sul territorio: le offerte migliori o il richiamo di aree più sviluppate possono portarli altrove, lasciando comunque scoperti i territori più periferici.
Articolo di Vittorio Bacchetti
