Che visione hanno i giovani del lavoro? Intervista alla psicologa Lovato Menin

Che visione hanno i giovani del lavoro? Intervista alla psicologa Lovato Menin

La dott.ssa Irene Lovato Menin ci spiega in questa intervista perché i giovani stanno ridefinendo il senso del “posto” nel mondo del lavoro

 

La dott.ssa Irene Lovato Menin ci spiega in questa intervista perché i giovani stanno ridefinendo il senso del “posto” nel mondo del lavoro

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20 Ottobre 2025 - 06:15

In un mercato del lavoro sempre più fluido e complesso, dove le scelte professionali dei giovani si intrecciano con aspettative familiari, pressioni sociali e trasformazioni culturali, diventa fondamentale interrogarsi sul ruolo dell’orientamento e sul valore attribuito alle diverse professioni. In questa intervista esclusiva, la dott.ssa Irene Lovato Menin, psicologa e ricercatrice esperta in culture del lavoro e dinamiche generazionali, ci ha spiegato i meccanismi che influenzano le decisioni formative e lavorative dei più giovani. Attraverso dati, esperienze dirette e riflessioni maturate sul campo, Lovato Menin ha risposto alle nostre domande descrivendo una fotografia attuale ma poco raccontata, in cui emergono i limiti di un sistema ancora legato a modelli superati e l’urgenza di riconoscere dignità e valore anche a percorsi professionali spesso ingiustamente sottovalutati. In un altro articolo, invece, abbiamo approfondito l’aspetto sociologico del lavoro del meccanico ritenuto spesso di serie B. Questo approfondimento fa parte del più ampio 5° Aftermarket Report di SICURAUTO.it “Tech & Fintech, ricambi sostenibili e ricambio generazionale”.

Buongiorno dottoressa, ci racconta un po’ della sua carriera e come si è intrecciata con il passaggio generazionale nel mondo del lavoro?

“Buongiorno e grazie di avermi contattata. Durante il mio percorso di formazione mi sono laureata in Psicologia Clinica dello Sviluppo all’Università di Padova, specializzandomi poi nella ricerca. Nel post università, durante un anno di tirocinio di ricerca, ho ricevuto una proposta lavorativa dal Prof. Marini (UniPd) che mi ha offerto di affiancarlo nelle ricerche sociologiche che svolge per Community Research&Analysis. Ho quindi iniziato un nuovo percorso in cui mi sono specializzata in questioni di genere ma anche nelle culture del lavoro, giovani e passaggio generazionale. Sui giovani e il mondo del lavoro abbiamo scritto un libro che è uscito nel 2024 per la casa editrice del Sole24 ore, ‘Il Posto del Lavoro. La rivoluzione dei valori della GenZ’ e ora stiamo scrivendo un secondo volume, anch’esso sui giovani, lavoro e rapporto tra generazioni, che uscirà entro fine anno per la casa editrice Guerini.”

Quanto peso hanno le aspettative familiari nelle scelte professionali dei giovani?

“Dalle nostre ricerche, raccontate all’interno del testo ‘Il Posto del Lavoro’ emerge come la figura cui i giovani fanno maggiormente riferimento nel momento della scelta del percorso di studi superiore – che con molta probabilità influenzerà poi anche le loro scelte lavorative – sono i genitori e in particolare la madre. Questo porta con sé delle criticità, poiché i genitori non sempre sono esperti orientatori ed è probabile che tendano a lasciarsi guidare dalle loro aspettative personali nei confronti del futuro dei figli. Tuttavia, emerge anche come un ragazzo su quattro scelga in autonomia il proprio percorso di formazione, in un’età che è ancora molto precoce e in cui sarebbe importante per i ragazzi avere il supporto di un adulto preparato. Per questo diventa necessario implementare un percorso di orientamento obbligatorio nelle scuole, gestito da personale competente ed esperto che possa aiutare i ragazzi e le loro famiglie nella scelta scolastica e poi professionale.”

Secondo lei, i ragazzi oggi sono più liberi di scegliere il loro percorso lavorativo, o ancora molto condizionati da pressioni esterne?

“Se da un lato oggi si vede meno rispetto al passato il figlio che fa lo stesso lavoro del padre, quindi sembra esserci più libertà nella scelta, dall’altro lato sono diverse le pressioni esterne che condizionano le scelte lavorative. Da un lato abbiamo ad esempio le pressioni legate agli stereotipi di genere, che portano i giovani a scegliere lavori ‘da femmina o da maschio’, con la conseguenza che per alcune mansioni, più tecniche, manuali, o all’interno dell’industria, si faccia fatica a trovare personale femminile (in questo approfondimento abbiamo intervistato diverse meccatroniche donne che ci hanno raccontato il loro punto di vista, difficoltà superate e ambizioni, ndr). Non solo, socialmente si creano anche delle ‘graduatorie’ di lavori considerati più o meno prestigiosi, con dirigenti e liberi professionisti al primo posto, mentre lavori come l’operaio, il contadino, il commesso, si collocano agli ultimi posti. Fortunatamente si è potuto notare un cambio di rotta intervistando giovani studenti delle scuole superiori (15-18 anni). Rispetto ad una rilevazione del 2022 sulla popolazione italiana oltre i 18 anni, gli studenti intervistati nel 2024 assegnano un maggiore valore a tutte le professioni, e in particolare a quelle dell’artigiano e dell’operaio, collocandole in alto nella classifica dell’importanza delle professioni.”

In che modo la paura di non essere “adeguati”, alimentata anche dall’esterno, può bloccare scelte autentiche legate a mestieri pratici o tecnici?

“Sicuramente la percezione che esistano mestieri più o meno validi può bloccare le scelte dei ragazzi già durante il percorso di formazione. Per esempio, intervistando un gruppo di oltre 4.000 studenti iscritti negli enti di formazione professionale – scuole molto pratiche e spesso considerate meno valide rispetto ad altri istituti – si è visto come il 35% di loro arrivi all’ente dopo aver frequentato un’altra scuola, spesso dopo essere stato bocciato. A causa di un sistema di orientamento ad oggi ancora poco funzionante capita spesso che i ragazzi vengano spinti dalle pressioni sociali a frequentare scuole più teoriche quando percorsi di formazione più portati ad una professione pratica o tecnica sarebbero maggiormente nelle loro corde.”

Cosa può fare un adulto – genitore o insegnante – per sostenere la vocazione di un giovane, anche se non rientra nei canoni del “successo” tradizionali attribuiti dalla società moderna?

“Sarebbe importante riuscire a raccontare, a casa e a scuola, che non esistono lavori di serie A e di serie B, ma che ogni lavoro ha un suo valore se viene fatto con cura e con passione. Per fare questo, in primo luogo, sarebbe importante che i giovani trovino negli adulti uno spazio di ascolto non giudicante, con cui potersi confrontare senza paura di venire sminuiti o non presi in considerazione. Evitare inoltre i paragoni con altri giovani con percorsi considerati ‘di successo’, ma piuttosto cercare di fornire un terreno di esplorazione, in cui i giovani possano conoscere modelli alternativi e possano formarsi e confrontarsi con le loro passioni. I percorsi inoltre non sempre sono lineari per cui gli adulti dovrebbero incoraggiare i ragazzi a ricercare quanto più li fa stare bene attraverso prove ed errori.”

Come si può costruire un’autostima professionale solida in un contesto culturale che tende a valorizzare solo determinati percorsi, ritenuti – magari – più nobili di altri?

“Come detto, i giovani studenti sembrano saperlo meglio degli adulti che i lavori manuali e pratici hanno un’importanza paragonabile ad altri percorsi ritenuti più ‘nobili’ dalla società. Una solida autostima professionale si crea sapendo di stare facendo un lavoro che piace, un lavoro ‘che ti fa brillare gli occhi’, e sapendo di farlo bene, in maniera competente e continuando a formarsi per migliorare e rimanere aggiornato. Una volta ottenuto questo il riconoscimento arriverà anche dall’esterno, dalla clientela e dai colleghi che apprezzeranno l’impegno e la professionalità.”

Quali effetti psicologici può avere la svalutazione sociale di un mestiere sulla motivazione di chi vuole intraprenderlo?

“La propensione verso un lavoro considerato meno valido di altri dalla società può portare il soggetto a provare una dissonanza tra i suoi desideri e la paura di essere giudicato o escluso. Questo potrebbe portare la motivazione a indebolirsi, con il rischio di scegliere percorsi meno adatti ma più in linea con le aspettative, interiorizzate, della società.

È quindi importante che gli adulti valorizzino la diversità delle vocazioni dei ragazzi, raccontando le diverse professioni come egualmente valide e dignitose.”

Entrando più nello specifico settore dell’autoriparazione, cosa accade quando un adolescente appassionato di motori, non è incoraggiato dalla famiglia a diventare meccatronico, carrozziere o gommista?

“Durante l’infanzia e poi l’adolescenza la famiglia ha un impatto considerevole sulle scelte dei figli, dapprima scegliendo per loro, dopodiché influenzandone più o meno le scelte. Nella tarda adolescenza e nell’età adulta avviene tuttavia una separazione dalla famiglia, così che i giovani possano seguire le loro propensioni anche quando queste si distaccano da quanto i genitori avevano in mente per loro. Inoltre, il mondo del lavoro è oggi molto fluido: ad esempio, i giovani cambiano lavoro ogni due anni, anche spostandosi tra professioni molto diverse le une dalle altre. Per questo motivo una passione, come ad esempio quella dei motori, se ostacolata dalla famiglia può tornare alla ribalta durante l’età adulta, in cui le scelte diventano proprie e non più legate alle aspettative familiari.”

Come spiega lei questa visione di autoriparatore con le mani e gli abiti sporchi piuttosto che di un professionista altamente specializzato nella tecnica?

“Purtroppo alcune professioni sono ancora fortemente stereotipate nella mente della popolazione. L’immagine dell’operaio, ad esempio, è ancora maggiormente connessa a immagini negative, che lo descrivono come un lavoro sfruttato, faticoso, ripetitivo e usurante. Si continua ad immaginare l’autoriparatore in tuta blu e con le mani sporche, senza tener conto delle rivoluzioni industriali e in particolar modo delle ultime rivoluzioni tecnologiche e digitali che hanno portato il lavoro anche nelle fabbriche e industrie ad essere molto più tecnologico, in cui il professionista utilizza mente e tecnica per completare il proprio lavoro. Per questo sarebbe importante raccontare di più il settore dell’autoriparazione, con immagini, testimonianze, visite guidate per le classi all’interno delle autofficine, in modo da poter veicolare un’immagine in linea con la professione stessa.”

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