Volkswagen, per il CEO Blume ci sono soluzioni migliori delle chiusure. Sì, ma quali?

Volkswagen, per il CEO Blume ci sono soluzioni migliori delle chiusure. Sì, ma quali?

L’amministratore delegato di Volkswagen Oliver Blume ha affermato che sta cercando di evitare la chiusura di stabilimenti, nel tentativo di risanare i conti del Gruppo

 

L’amministratore delegato di Volkswagen Oliver Blume ha affermato che sta cercando di evitare la chiusura di stabilimenti, nel tentativo di risanare i conti del Gruppo

di 
13 Luglio 2026 - 11:17

Dopo le polemiche sulle voci che riguardano la crisi di Volkswagen (100.000 tagli e quattro fabbriche chiuse), adesso il CEO Oliver Blume tira il freno a mano, riferisce la Bild. Stando all’amministratore delegato, ci sarebbero altre soluzioni migliori, ma senza specificare con precisione quali e senza dilungarsi su queste alternative. “I nostri prodotti sono molto popolari, semplicemente non ne ricaviamo abbastanza. Ecco perché dobbiamo continuare a operare sui costi, in ogni ambito“.

Blume ha rivendicato i progressi compiuti nell’ultimo anno, dove i costi di fabbrica negli stabilimenti tedeschi sono stati ridotti mediamente del 20%. Il Gruppo intende aumentare i volumi di vendita per singolo modello attraverso una drastica semplificazione dell’offerta, eliminando la complessità che attualmente grava sulla catena produttiva.

VOLKSWAGEN SOTTO PRESSIONE

Volkswagen si trova ad affrontare una crisi di proporzioni storiche che ha portato il CEO a proporre una ristrutturazione radicale del gruppo. L’obiettivo principale è recuperare competitività in un mercato globale che, negli ultimi dodici mesi, ha visto un deterioramento costante a causa dell’aumento dei costi energetici, dell’aggressività cinese, della regolamentazione europea e delle tariffe all’importazione negli Stati Uniti.

La strategia presentata ai vertici punta a una semplificazione drastica: il piano prevede di ridurre l’offerta di modelli fino al 50% e di abbassare la capacità produttiva totale dagli attuali 10 milioni di veicoli a 9 milioni annui. Le indiscrezioni circolate, se confermate, delineano un ridimensionamento senza precedenti, con il rischio di 100.000 tagli occupazionali a livello globale — circa il 15-16% della forza lavoro — e la possibile chiusura di quattro siti produttivi in Germania (Hannover, Emden, Zwickau e lo stabilimento Audi di Neckarsulm).

UN NO NETTO ALLA MANNAIA

Questo piano ha generato una dura opposizione interna. Durante la riunione del consiglio di sorveglianza del 9 luglio 2026, Blume ha incontrato la ferma resistenza dei rappresentanti dei lavoratori, che hanno organizzato massicce proteste in circa 20 siti produttivi tedeschi. Il sindacato IG Metall ha avvertito che tali manovre porterebbero a un “conflitto di vasta portata”, sottolineando che i lavoratori non accetteranno passivamente lo smantellamento della produzione domestica.

La posizione del CEO è complicata dalla necessità di mantenere l’unità all’interno del consiglio di sorveglianza. Al momento, il piano ha faticato a ottenere il sostegno necessario, inclusi i voti dei rappresentanti sindacali e dello Stato della Bassa Sassonia.

Le tensioni sono acuite dal fatto che gli accordi precedenti, siglati nel 2024, prevedevano tutele occupazionali e il divieto di chiusura degli impianti tedeschi almeno fino alla fine del decennio.

Volkswagen, per il CEO Blume ci sono soluzioni migliori delle chiusure. Sì, ma quali?

QUALE FUTURO PER VW

Il futuro del colosso di Wolfsburg dipenderà dalla sua capacità di trasformarsi in un “agile” gigante. È una sfida quasi ossimorica: riuscire a snellire la burocrazia e la varietà produttiva senza perdere la qualità e la popolarità che hanno reso i suoi marchi dei simboli globali.

Se Blume riuscirà a mediare con i sindacati, potrebbe emergere una Volkswagen più moderna e competitiva. In caso contrario, il rischio è quello di un declino lento ma inesorabile, in cui la chiusura di fabbriche diventerebbe l’unica risposta possibile a un sistema incapace di autoriformarsi.

Gli occhi del mondo finanziario e dell’industria europea sono puntati su questi mesi di trattative, poiché il destino di Volkswagen è, inevitabilmente, anche il destino dell’intera industria automobilistica continentale.

La partita si gioca sui costi, certo, ma soprattutto sulla tenuta del sistema sociale tedesco, che si trova davanti a un bivio storico: proteggere il passato o sacrificare pezzi pregiati per tentare di sopravvivere in un futuro dove la competizione globale non concede sconti.

IL DRAMMA DELLA GERMANIA GREEN

Il problema riguarda tutta la Germania automotive (e non solo, vista la crisi profonda dell’industria tedesca). Per la VDA (l’associazione dei costruttori), “le conseguenze sono visibili e palpabili ogni giorno e stanno diventando sempre più drammatiche. Non saremo in grado di mantenere in questo modo tutti gli stabilimenti produttivi appartenenti ai produttori e ai fornitori. Dovremmo quindi aprire questi siti anche ai produttori stranieri“.

Commenta con la tua opinione

X