Sicurezza alla guida: quando la stanchezza equivale all’alcol

Sicurezza alla guida: quando la stanchezza equivale all’alcol

“Se bevi non guidi”. C’è però una condizione psicofisica che rende il guidatore designato ugualmente pericoloso quando è stanco

13 Gennaio 2023 - 08:36

La frenesia quotidiana porta a sentirsi stanchi, ma spesso non ci diamo il tempo per rifletterci su e ricaricarci. Tendiamo, infatti, a sottovalutarne i rischi e le conseguenze, soprattutto quando si tratta di mettersi al volante. La cosiddetta “Driver Fatigue”, o stanchezza del conducente, può compromettere la guida in modo simile al deterioramento cognitivo conseguente all’uso e all’abuso di alcol. La stanchezza, infatti, rappresenta un fattore molto rischioso quando ci si trova alla guida, riducendo notevolmente la capacità di reazione. Eppure sembra un elemento alquanto sottovalutato. La tecnologia va incontro alle esigenze degli automobilisti con veicoli dotati di sensori intelligenti, come il sistema DMS (Driver Monitor System), che rilevano un potenziale pericolo, ma questo non basta. Occorre, prima di tutto, che chi si mette alla guida sia consapevole della propria condizione psicofisica. Quali sono le situazioni più a rischio?

STANCHEZZA ALLA GUIDA: UN FENOMENO TANTO DIFFUSO E SOTTOVALUTATO

Secondo il rapporto tematico ESRA il 15-25% degli automobilisti dichiara di aver avuto, durante la guida, difficoltà a tenere gli occhi aperti. I tassi sono più elevati per i conducenti uomini e tra le fasce di età più giovani. Il rischio di incorrere nel fenomeno della “Driver Fatigue” sembrerebbe maggiore in casi specifici:

 – guidiamo subito dopo il risveglio. Nei primi 30 minuti siamo in uno stato di vigilanza insufficiente per metterci alla guida in sicurezza;

quando normalmente dormiremmo (ad es. dalle 22:00 alle 6:00). La pressione sanguigna e la temperatura diminuiscono durante queste ore, compromettendo la capacità di svolgere attività;

– siamo stati svegli più a lungo del solito. Il rischio aumenta notevolmente dopo 17 ore di veglia;

– abbiamo un “debito di sonno” che può essere ripagato solo dormendo (“sonno ristoratore”);

– guidiamo senza sosta da molto tempo. Più a lungo guidiamo, maggiore è il rischio di affaticamento.

QUALI SONO GLI EFFETTI DELLA STANCHEZZA DEL CONDUCENTE?

Sulla base delle condizioni sopra descritte, è facile immaginare i danni che la stanchezza può portarci a compiere nel nostro quotidiano. Perché lo stesso non dovrebbe accadere quando ci troviamo alla guida in un sistema di traffico veloce, complesso e per certi versi imprevedibile? In particolare aumenta il rischio di:

reagire più lentamente alle mutevoli condizioni della strada, agli altri conducenti o ai pedoni;

– prendere decisioni sbagliate;

– sperimentare la “visione a tunnel” (perdendo il senso di ciò che sta accadendo alla periferia del nostro campo visivo);

– vivere i “microsonni” (brevi episodi di sonno che durano da una frazione di secondo fino a 30 secondi).

SONNO E ALCOL ALLA GUIDA: QUALI SOMIGLIANZE?

L’Associazione Italiana di Medicina del Sonno (AIMS) ha paragonato la sonnolenza alla guida ad uno stato di ebbrezza. In particolare, uno studio scientifico ha evidenziato come, dopo 18 ore senza dormire, le prestazioni di guida siano compromesse quanto quando il tasso di alcolemia (cioè la concentrazione di alcool nel sangue) è pari a 0,5 g/L. Questo valore del tasso alcolemico è, tra l’altro, il limite di legge stabilito dall’attuale normativa in Italia per poter guidare un veicolo. Abbastanza da essere la causa di almeno 1 incidente su 5. Inoltre, al volante, i micro-sonni possono provocare periodi di guida di 10 secondi o più, totalmente al buio durante i quali vengono percorse centinaia di metri, spesso senza averne successivo ricordo. Ecco, dunque, che anche la figura del guidatore designato deve essere rivalutata. Seppur sobrio, il guidatore ‘volontario’ potrebbe non essere in grado di guidare, perché magari esausto dopo un eccessivo periodo di veglia.

Contributo a cura di Marianna Martini – Psicologa del Traffico

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