Lo Psicologo del Traffico 15 anni dopo: chimera o realtà?

In Italia vige tutt’oggi il mito dello Psicologo del Traffico. Perché è così complesso, quanto importante, far sì che diventi realtà?

30 settembre 2022 - 10:00

Quando racconto che mi occupo di Psicologia del Traffico la battuta è sempre la stessa “E sarebbe?”. Nonostante quest’area di competenza dello psicologo non sia un ambito nuovo, rimane ancora sconosciuta ai più, soprattutto a chi opera nel settore. Mentre in altri Paesi Europei la figura dello psicologo è integrata e parte attiva per quanto riguarda la sicurezza stradale, in Italia non è così. Che sia perché non se ne rileva il bisogno? Purtroppo il numero di incidenti stradali non valida questa opzione. Cosa può fare, dunque, questa figura per la sicurezza stradale e la prevenzione? Un esempio italiano è l’esperienza attuata in Alto Adige.

LA REALTÀ DELLA PSICOLOGIA DEL TRAFFICO IN ITALIA: ANCORA CHIMERA?

In Italia i primi studi nel campo sono stati effettuati, a cavallo delle due guerre mondiali, da Padre Agostino Gemelli. Egli, infatti, elaborò tecniche e strumenti per la selezione psicoattitudinale dei guidatori professionali. Nonostante questi studi virtuosi, soltanto a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 si inizia a parlare di Psicologia del Traffico in Italia. Nel 1994 viene costituita l’Associazione SIPSiVi e nel 2007 nasce l’Unità di ricerca in Psicologia del Traffico, che ancora oggi si occupa di ricerca e formazione. Fuori da questa realtà, però, poco altro compare. Perché dopo 15 anni questa figura sembra essere ancora una chimera? Cosa manca o non sta funzionando? A differenza degli altri Paesi Europei, l’Italia non ha ritenuto importante soffermarsi ad indagare perché e per chi avvengono gli incedenti stradali. Questo ha creato una notevole lacuna nel campo della sicurezza stradale e nella prevenzione.

LO PSICOLOGO DEL TRAFFICO NEL CONTESTO INTERNAZIONALE

Nel contesto internazionale spicca il Driver Improvement Program (DIP), che vede coinvolti in prima linea gli psicologi del traffico. Si tratta di un programma didattico che ha lo scopo di fornire la riabilitazione del conducente. In particolare sono interventi rivolti a persone che hanno commesso gravi infrazioni, come la guida in stato di ebbrezza. Lo scopo è quello di modificare in modo adeguato e stabile il loro comportamento alla guida e permettere loro di riottenere o mantenere la patente di guida. Questi programmi sono rivolti ad un piccolo numero di persone, da cui deriva un elevato rischio per la sicurezza stradale e su cui sono sorti dubbi di idoneità alla guida. I programmi hanno specifiche caratteristiche:

– sono specifici rispetto ad un dato problema;

– puntano al raggiungimento di un’autoriflessione critica;

– si svolgono in un paio di settimane perché la modifica di atteggiamenti consolidati richiede tempo.

LA PSICOLOGIA DEL TRAFFICO: STRADA PER UN FUTURO PIÙ SICURO

Ad oggi, soltanto in Alto Adige con il lavoro di Max Dorfer si può trovare un metodo di valutazione dell’idoneità alla guida così strutturato. Oltre l’attività in questo campo, la figura dello psicologo del traffico potrebbe intervenire su diversi fronti. Per quanto riguarda la sicurezza stradale, si andrebbe

– a rilevare le cause comportamentali degli incidenti;

– individuare i conducenti a rischio;

– approntare adeguate azioni di contrasto volte a ridurre il numero di incidenti stradali.

Parallelamente è necessario agire sul lato della sensibilizzazione e sulla creazione complessiva di una cultura della sicurezza stradale. Basare unicamente le proprie azioni all’incremento di sanzioni o al posizionamento di nuovi autovelox, ad esempio, rischia di essere un mero deterrente. Esse diventano efficaci se associate ad un cambiamento tangibile nel sistema di pensieri e credenze, comportamenti e atteggiamenti dei conducenti. Serve, insomma, riportare le persone al centro delle campagne per la sicurezza stradale!

Contributo a cura di Marianna Martini – Psicologa del Traffico

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