Auto elettrica al 20% del mercato UE: il 100% 2035 obiettivo (troppo) ambizioso?

Auto elettrica al 20% del mercato UE: il 100% 2035 obiettivo (troppo) ambizioso?

Il mercato europeo delle vetture a zero emissioni cresce fino a una quota su cinque, ma il traguardo di azzerare i propulsori termici fra dieci anni solleva forti dubbi

 

Il mercato europeo delle vetture a zero emissioni cresce fino a una quota su cinque, ma il traguardo di azzerare i propulsori termici fra dieci anni solleva forti dubbi

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6 Ottobre 2026 - 09:57

Nel primo semestre 2026, la quota mercato delle auto elettriche è inferiore al 20% nell’Unione Europea: al momento, Bruxelles mantiene il solo obiettivo del ban termico 2035, ossia del 100% di BEV vendute fra 9 anni. Questo pare un target troppo ambizioso. Oggi infatti, evidenzia Federauto, 4 cittadini europei su 5 comprano auto termiche, nelle quali ricadono benzina, diesel, gas, ibride di qualunque genere e anche le ibride plug-in, le PHEV. In 13 Paesi, non si arriva alla doppia cifra, con la situazione dell’Italia che resta anomala, specie al Sud, dove il parco circolante è davvero vetusto. “Questi numeri dicono che la domanda non segue i tempi fissati per legge“, dicono i concessionari.

SOLO AUTO ELETTRICHE VENDUTE NEL 2035: ECCO I PROBLEMI 

I prezzi d’acquisto delle BEV restano elevati (pur se in calo), la rete di ricarica disomogenea (anche se in miglioramento) e spesso fuori uso. Poi ci sono le autonomie limitate (in crescita) e valori dell’usato incerti.

“Il costo di questo divario lo hanno sostenuto in larga parte le reti di vendita, con auto-immatricolazioni e sconti per stare negli obiettivi dei costruttori, per non parlare degli incentivi statali a pioggia, a carico dei contribuenti“, fa notare Federauto.

PARADOSSO UE

Gli stessi sostenitori dell’Acceleration Act ammettono che i costruttori extra-UE vantano oggi un chiaro vantaggio competitivo sui costi, legato in primis al controllo quasi totale dell’intera filiera delle batterie, dall’estrazione delle materie prime alla loro lavorazione.

In questo scenario, imporre un ulteriore e rigido obbligo sulla diffusione delle auto elettriche finirebbe per produrre l’effetto opposto a quello sperato: invece di tutelare l’industria automobilistica europea, le si consegnerebbero su un piatto d’argento proprio quelle quote di mercato che la Commissione UE dichiara di voler difendere.

Auto elettrica al 20% del mercato UE, il 100% 2035 obiettivo (troppo) ambizioso?

LE POSSIBILI SOLUZIONI

I target di decarbonizzazione automotive sono meglio raggiungibili con una politica industriale, energetica e infrastrutturale europea che favorisca i flussi di persone e merci, quindi la filiera: produzione, distribuzione, utilizzo e riciclo. Le proposte dei venditori italiani? Semplificazione normativa UE (ambiti, obblighi e prodotto) e nazionale, verifiche periodiche e clausole di revisione basate sull’andamento reale del mercato.

Più una riforma, sostenibile e di natura pluri-tecnologica, complessiva della fiscalità sull’auto, sul benchmark degli altri Paesi europei, che elimini l’uso di incentivi pluriennali o a singhiozzo. Senza contare un piano infrastrutturale per la produzione e la diffusione di tutti i vettori energetici defossilizzati con tempi, sostegno e responsabilità certi.

IL GUAIO DEL MADE IN UE

Da evidenziare poi come l’Acea (Case auto UE) sia tornata a sollecitare la Commissione Europea per ottenere una proroga sulle regole di localizzazione previste dall’Industrial Accelerator Act (IAA). La bozza presentata a marzo 2026 punta a tutelare la filiera continentale dalla concorrenza cinese, imponendo una quota del 70% di componentistica Made in UE – batterie in testa – per accedere a incentivi e appalti pubblici.

Le tempistiche attuali appaiono tuttavia irrealistiche ai costruttori: l’obbligo di utilizzare almeno tre componenti prodotti in Europa scatterebbe a sei mesi dall’entrata in vigore della norma, per salire a cinque entro tre anni. L’associazione chiede di slittare i termini rispettivamente a tre e cinque anni.

A complicare lo scenario c’è la transizione verso la chimica litio-ferro-fosfato (LFP), economica e richiesta dal mercato, mentre la maggior parte dei progetti europei era stata orientata sulle celle nichel-manganese-cobalto (NMC).

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