Ponte Morandi: ex AD Castellucci condannato a 12 anni di carcere
Processo per il crollo del Ponte Morandi: l’ex ad di Autostrade per l'Italia, Castellucci, condannato a 12 anni di carcere. Pene severe per gli altri imputati
Processo per il crollo del Ponte Morandi: l’ex ad di Autostrade per l'Italia, Castellucci, condannato a 12 anni di carcere. Pene severe per gli altri imputati
Il tribunale di Genova ha condannato a 12 anni di carcere Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia (ASPI) e principale imputato nel processo di primo grado per il crollo del ponte Morandi di Genova, in cui il 14 agosto del 2018 morirono 43 persone. Gli imputati nel processo erano 57. Per Castellucci, attualmente detenuto per una condanna definitiva relativa alla strage del bus di Avellino del 2013, la Procura aveva chiesto 18 anni e sei mesi, ossia quella massima prevista dalla legge per il reato di omicidio stradale, riferita alla più giovane delle vittime (che aveva 8 anni) e aumentata di due mesi e venti giorni per ciascuno degli altri 42 morti, in base al meccanismo della continuazione.
PONTE MORANDI: LE ALTRE CONDANNE
Tra gli imputati c’erano diversi ex dirigenti e tecnici di Autostrade per l’Italia e Spea Engineering, le due società che avrebbero dovuto tenere sotto controllo lo stato di usura del ponte e commissionare interventi di manutenzione. Tra questi, Michele Donferri (ex capo delle manutenzioni di ASPI) è stato condannato a 11 anni di carcere, Paolo Berti (ex direttore centrale operazioni di ASPI) e Antonino Galatà (ex amministratore delegato di Spea) a 5 anni e 6 mesi. È stato condannato a 5 anni di reclusione anche l’ex direttore della vigilanza sulle concessioni del ministero dei Trasporti, Mauro Coletta. Le sentenze sono giunte a quasi otto anni dal crollo e al termine di un processo durato quattro anni. Proprio ieri, evidentemente fuori tempo massimo, l’attuale amministratore delegato di ASPI, Arrigo Giana, aveva pubblicato una lettera per scusarsi del crollo.
LA TESI DELL’ACCUSA
Nel processo sul crollo del Ponte Morandi, la tesi dell’accusa era che buona parte degli imputati fosse a conoscenza dei segnali di degrado della struttura e quindi della possibilità del crollo, ma che non abbia fatto nulla per evitarlo, con l’intenzione di far risparmiare all’azienda i costi delle manutenzioni e ottenere più profitti. In una prima perizia del 2019 commissionata dalla procura, infatti, gli esperti attribuirono il crollo ad alcuni “difetti esecutivi” del progetto originale ma ANCHE alla mancata manutenzione della struttura. In una seconda perizia del 2020, commissionata sempre dalla procura, i periti scrissero che il crollo si sarebbe potuto evitare se i controlli e le manutenzioni del ponte fossero stati fatti in modo corretto.

FAMILIARI DELLE VITTIME: “ACCERTATA UNA RESPONSABILITÀ CHIARA”
Una volta appresa la sentenza, l’avvocato del comitato dei familiari delle vittime, Raffaele Caruso, ha detto che è stata accertata un’affermazione di responsabilità chiara: “Il crollo del ponte era evitabile e chi ha sbagliato è stato condannato“. Ricordiamo che quasi tutti i familiari delle vittime hanno accettato un risarcimento da parte di ASPI, cosa che ha impedito loro, per regolamento, di costituirsi parti civili al processo. Fu poi però ammesso come parte civile al processo il comitato ‘Ricordo Vittime Ponte Morandi’.