Francia e Germania fanno e disfano regole UE sull’auto: gli altri scena muta
Dopo aver spinto per il Green Deal UE auto elettrica 2019, adesso Parigi e Berlino fanno retromarcia. Gli altri 25 Paesi dell'Unione paiono andare a ruota
Dopo aver spinto per il Green Deal UE auto elettrica 2019, adesso Parigi e Berlino fanno retromarcia. Gli altri 25 Paesi dell'Unione paiono andare a ruota
Ottobre bollente per il destino dell’auto elettrica nell’Unione Europea: Francia e Germania si sono accordate per eliminare il ban termico 2035. È un cambiamento di 180 gradi rispetto al tutto elettrico, voluto proprio da Parigi e Berlino dal 2019 col Green Deal UE. Per ora, gli altri Paesi osservano, e pare vadano a ruota. Ma cosa succede in concreto? Per iniziare, l’obiettivo proposto dalle due cancellerie non è più l’eliminazione delle emissioni allo scarico del 100% – previsto oggi con termine massimo fra nove anni – ma dell’80%. Secondariamente, la coppia di nazioni mette nel mirino i supercrediti per le e-Car, nuova categoria di vetture (si presume elettriche, ma forse anche ibride ricaricabili) di massimo 4,2 metri di lunghezza fatte nell’Unione Europea. A sua volta, questa è solo una proposta della Commissione UE al vaglio del Parlamento da due anni. I bonus in questione a favore delle Case valgono 1,3 e non 1. Qui Macron e Merz pensano a una rivoluzione che andiamo a vedere.
REGOLE AUTO UE, SUPERCREDITI: LE DIMENSIONI NON CONTANO
Francia e Germania puntano a supercrediti estesi a tutte le tipologie di elettriche Made in Europe, a prescindere dalle dimensioni delle macchine, con un fattore di moltiplicazione di 1,2. Per le mini BEV si ambisce a 1,4. Se i mezzi hanno acciaio e alluminio a basse emissioni di carbonio prodotti in Europa, si sale a 1,3.
Qualora siano vetture piccole, si vola sino a 1,5 in proporzione alla quota di materiali a basse emissioni di carbonio utilizzati. I bonus, nelle intenzioni dei due Stati, saranno operativi con l’entrata in vigore del Pacchetto Automotive, prevista forse per il 2027. E validi pure dopo il 2035.
FLOTTE ELETTRICHE: REQUISITI ELASTICI CERCASI
Francia e Germania tornano a fare pressione sulle istituzioni europee per ottenere un’impostazione più flessibile nella regolamentazione delle flotte aziendali. Le diplomazie di Parigi e Berlino contestano la rigidità dei vincoli normativi attuali, ritenendo che l’introduzione di paletti troppo stringenti finisca per reintrodurre, per via indiretta, il target della totale eliminazione delle emissioni di CO2 (100% di riduzione) entro la scadenza del 2035.
Per scongiurare un impatto eccessivo sull’operatività e sui costi delle imprese, le due cancellerie propongono un cambio di paradigma: abbandonare le prescrizioni a livello comunitario per virare su target flessibili e pragmatici. L’idea condivisa da Germania e Francia è quella di definire parametri nazionali meramente indicativi e commisurati al contesto economico reale, orientati all’adozione progressiva di veicoli a zero o ridotte emissioni.
La posizione congiunta punta a evitare strappi normativi che possano penalizzare la competitività del settore automotive e il rinnovo dei parchi auto societari. Il traguardo rimane quello di conciliare la transizione ecologica con le esigenze dell’industria e del mercato aziendale.

MADE IN UE: CHI FA PARTE DELL’UNIONE
Francia e Germania propongono una stretta decisa sulla definizione del Made in Europe nell’automotive, caldeggiando criteri stringenti che contrastano con le richieste dei costruttori. L’impostazione delineata da Parigi e Berlino punta a circoscrivere l’ambito geografico ai soli 27 Stati membri dell’Unione Europea, tagliando fuori dai benefici riservati ai veicoli comunitari importanti partner commerciali strategici come Giappone e Turchia.
L’unica deroga prevista riguarda i Paesi europei integrati nel mercato unico alla data del 1° gennaio 2020. Questa formulazione apre la strada a una potenziale inclusione del Regno Unito, ritiratosi ufficialmente dal blocco comunitario il 31 dicembre dello stesso anno, pur senza menzionarlo in modo esplicito nel documento, dice la Reuters.
L’accesso di Londra alle tutele del Made in Europe resta tuttavia subordinato a condizioni rigide. Londra dovrebbe garantire una completa reciprocità, recependo il regime di preferenze europeo e applicando adeguate misure antielusione. Tra i requisiti chiave figurano l’allineamento sulle regole relative agli investimenti provenienti da Paesi terzi e l’adozione delle medesime norme di difesa commerciale.
MOSSA ANTI BUROCRAZIA
Parigi e Berlino auspicano una semplificazione procedurale: chiedono di scorporare le norme sul Made in Europe dall’Industrial Accelerator Act (IAA) per integrarle direttamente all’interno del Pacchetto Automotive. Così da snellire l’iter legislativo e tagliare i tempi burocratici dell’Unione Europea. Germania e Francia considerano infatti prioritario che tutte le misure di questo piano integrato vengano discusse, approvate e attuate in modo simultaneo e nel minor tempo possibile.
L’asse franco-tedesco si conferma il regista delle politiche industriali dell’Unione Europea. Dopo aver imposto la svolta sul tutto elettrico, Parigi e Berlino ritrattano le regole per cercare di mettere al riparo (questo è tutto da vedere) le rispettive filiere nazionali dalla Cina. Gli altri 25 Paesi membri al momento fanno da spettatori.