Stellantis ferma la produzione a Tychy (e non solo)
Stellantis ferma la produzione a Tychy e in altre 5 fabbriche europee, anche in Italia. Troppe scorte a fronte della crisi di richieste
Stellantis ferma la produzione a Tychy e in altre 5 fabbriche europee, anche in Italia. Troppe scorte a fronte della crisi di richieste
Immaginate una catena di montaggio dove operai con mani esperte assemblano migliaia di automobili. Poi, all’improvviso, il silenzio. Non un guasto meccanico, ma una decisione calcolata: è quanto sta accadendo in questi giorni di fine settembre 2025 nello storico stabilimento Stellantis di Tychy, in Polonia. Ma non è un caso isolato: è il sintomo di una crisi più profonda, dove la domanda fiacca, le scorte si accumulano e la concorrenza cinese si fa sempre più minacciosa.
STELLANTIS FERMA TYCHY: CAMPANELLO D’ALLARME IN POLONIA
A Tychy, la fabbrica Stellantis è più di un impianto: è un pilastro economico per la Slesia, regione dove l’auto pesa per l’8% del PIL nazionale. Qui nascono la Jeep Avenger, che ha conquistato il titolo di SUV più venduto in Italia, l’Alfa Romeo Junior, con ordini che sfiorano i 60.000 esemplari nonostante il prezzo premium, la nuova Fiat 600 e la Leapmotor T03 (quest’ultima con l’utilizzo di kit d’assemblaggio provenienti dalla Cina). Eppure, nemmeno questi successi bastano a fermare la macchina della crisi. Lo stop è fissato per 9 giorni, un’interruzione tutto sommato breve ma che suona come un campanello d’allarme. La motivazione ufficiale? Evitare l’overstock, quel cumulo di veicoli invenduti che intasa i lotti e i concessionari. Ma dietro le quinte, si sente l’eco di una domanda europea in calo dell’8,1% nei primi sette mesi dell’anno, con Stellantis che registra 1,19 milioni di immatricolazioni in meno rispetto ai rivali come Renault e Volkswagen.
GLI EFFETTI A CATENA: SEI FABBRICHE STELLANTIS IN PAUSA
Non è solo Tychy a spegnere i motori. Stellantis ha orchestrato un domino di fermate in sei siti europei, per un totale di 62 giorni di stop, tra manutenzione, formazione e ferie obbligate. A Poissy, in Francia, il blackout durerà tre settimane dal 13 ottobre al 3 novembre, colpendo 2.000 dipendenti e la produzione di modelli elettrici come la Citroën ë-C3. In Germania, Eisenach chiuderà per 5 giorni, fermando la Opel Grandland. La Spagna ne ha due: Saragozza (Peugeot 208 e Opel Corsa) per 7 giorni, Madrid per 14. E in Italia, Pomigliano, casa di Fiat Panda e Alfa Romeo Tonale, si fermerà per 15 giorni dal 29 settembre. Queste pause non sono casuali: servono a riallineare l’offerta a un mercato asfittico, dove le registrazioni complessive in UE sono calate dello 0,7%. I sindacati tuonano, temendo che sia l’anticamera di ristrutturazioni più dure, chiusure permanenti o tagli al personale.

STELLANTIS A UN PUNTO CRUCIALE DELLA SUA STORIA
E ora, il nodo cruciale: è questa una mossa strategica o il segnale di un declino inarrestabile? Stellantis, sotto la guida del nuovo CEO Antonio Filosa, vuole puntare su modelli accessibili nei segmenti B e C: Fiat Grande Panda, Citroën C3 e Opel Frontera su tutti, con enfasi su ibridi HEV e motori più potenti. Basta con le immatricolazioni di massa per flotte a prezzi scontati, dicono dal quartier generale. Ma la concorrenza cinese, capitanata da BYD, inonda l’Europa con EV low-cost, mentre dazi USA e ritardi nella transizione elettrica pesano come macigni (un miliardo di euro di perdite nel primo semestre 2025, solo per le tariffe doganali). Le azioni crollano da 27 a 8,5 euro in Borsa, e il colosso perde il secondo posto in Europa a favore di Renault. Tuttavia da vertici del gruppo invitano a guardare il bicchiere mezzo pieno: le pause permettono manutenzione e upskilling, preparando il terreno per una produzione più agile. Ma resta il fatto che senza un piano di ripresa convincente, Stellantis rischia di finire in un un lento ma irreversibile oblio.