Dieselgate, Consiglio di Stato boccia ricorso VW: la maxi multa resta

Dieselgate, Consiglio di Stato boccia ricorso VW: la maxi multa resta

Il Consiglio di Stato conferma la multa da 5 milioni a Volkswagen per il Dieselgate. Respinto il ricorso su pubblicità ingannevole

 

Il Consiglio di Stato conferma la multa da 5 milioni a Volkswagen per il Dieselgate. Respinto il ricorso su pubblicità ingannevole

9 Gennaio 2026 - 15:45

Con la pubblicazione della sentenza n. 126/2026, il Consiglio di Stato ha chiuso una delle dispute legali più lunghe e significative degli ultimi anni in materia di tutela dei consumatori. I giudici di Palazzo Spada hanno infatti respinto l’appello proposto da Volkswagen AG e Volkswagen Group Italia SpA, confermando la legittimità della sanzione da 5 milioni di euro irrogata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) nel lontano 2016. La decisione ribadisce che la manipolazione dei dati sulle emissioni inquinanti non è stata solo una violazione tecnica, ma una pratica commerciale profondamente scorretta ai danni degli automobilisti italiani.

IL CUORE DELLA VICENDA: PRATICHE COMMERCIALI SCORRETTE E PUBBLICITÀ INGANNEVOLE

La controversia trae origine dallo scandalo Dieselgate, scoppiato quando si scoprì che su milioni di veicoli del gruppo Volkswagen era stato installato un software (noto come defeat device) capace di alterare i risultati dei test sulle emissioni di ossido di azoto (NOx). In Italia, l’Antitrust aveva sanzionato il colosso automobilistico con il massimo edittale allora previsto (5 milioni di euro), contestando due condotte principali: l’omissione di informazioni rilevanti sull’effettivo impatto ambientale dei motori e la diffusione di campagne pubblicitarie che enfatizzavano falsamente l’ecosostenibilità dei veicoli.

Il Consiglio di Stato ha confermato che tali condotte hanno leso il diritto dei consumatori a compiere una scelta d’acquisto consapevole. Il marketing di Volkswagen, basato sull’eccellenza ecologica dei motori ‘Clean Diesel’, è stato giudicato idoneo a indurre in errore il pubblico, spostando le preferenze d’acquisto verso prodotti che, nella realtà, non rispettavano gli standard dichiarati.

IL NODO GIURIDICO DEL “NE BIS IN IDEM” E LA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA UE

L’argomento principale su cui poggiava il ricorso di Volkswagen riguardava il principio del ne bis in idem, ovvero il divieto di essere giudicati o puniti due volte per lo stesso fatto. La società tedesca sosteneva che la multa italiana dovesse essere annullata poiché Volkswagen AG era già stata condannata nel 2018 dalla Procura di Braunschweig, in Germania, al pagamento di una sanzione di ben 1 miliardo di euro per i medesimi fatti.

Tuttavia, il Consiglio di Stato, recependo i principi espressi dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (sentenza C-27/22 intervenuta nel corso del giudizio), ha chiarito che l’applicazione della sanzione italiana non viola il diritto comunitario. I giudici hanno evidenziato che, sebbene i fatti materiali siano simili, la sanzione dell’AGCM persegue finalità distinte (la tutela del mercato e dei consumatori) rispetto alla sanzione tedesca, e che il coordinamento tra le autorità nazionali ha permesso di ritenere la duplicazione sanzionatoria proporzionata alla gravità della condotta complessiva.

Volkswagen Dieselgate

LE MOTIVAZIONI DELLA BOCCIATURA: AUTONOMIA DELLA TUTELA DEL CONSUMATORE

Nella sentenza, il Consiglio di Stato sottolinea l’autonomia del Codice del Consumo italiano. I giudici hanno respinto la tesi difensiva secondo cui la sanzione dell’Antitrust avrebbe natura esclusivamente penale (cosa che avrebbe facilitato l’applicazione del ne bis in idem). Pur riconoscendo alla multa una certa valenza afflittiva, Palazzo Spada ha ribadito che la sua funzione primaria è ripristinare la correttezza delle dinamiche concorrenziali.

Inoltre, la sentenza specifica che Volkswagen Group Italia ha avuto un ruolo attivo nella diffusione dei messaggi ingannevoli sul territorio nazionale, rendendo la sanzione applicabile non solo alla casa madre tedesca ma anche alla filiale italiana. La complessità del software e la voluta opacità delle comunicazioni aziendali hanno configurato, secondo i magistrati, un grado di colpevolezza tale da giustificare la conferma del massimo della sanzione pecuniaria.

UN PRECEDENTE FONDAMENTALE PER LA RESPONSABILITÀ D’IMPRESA

La decisione n. 126/2026 rappresenta un punto fermo non solo per il caso Dieselgate, ma per l’intera giurisprudenza amministrativa in tema di greenwashing e responsabilità sociale delle imprese. Confermando la maxi multa (che resta tale nel valore simbolico e giuridico, pur essendo di entità inferiore rispetto ai risarcimenti civilistici), il Consiglio di Stato invia un messaggio chiaro: la trasparenza ambientale non è un optional pubblicitario, ma un elemento essenziale del contratto tra impresa e consumatore. Il rigetto del ricorso di Volkswagen consolida il potere d’intervento dell’Antitrust anche di fronte a colossi multinazionali, garantendo che le regole del mercato italiano non vengano eluse invocando procedure sanzionatorie estere.

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