Volkswagen: profit warning spinge i tagli anche se i sindacati protestano

Volkswagen: profit warning spinge i tagli anche se i sindacati protestano

Il profit warning di Volkswagen accelera la revisione dei costi, "costringendo" il Gruppo ad accelerare il piano di tagli nonostante la forte opposizione dei sindacati

 

Il profit warning di Volkswagen accelera la revisione dei costi, "costringendo" il Gruppo ad accelerare il piano di tagli nonostante la forte opposizione dei sindacati

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22 Settembre 2026 - 10:17

Temperatura delle tensioni sociali alle stelle in Germania: Volkswagen ha intensificato i propri piani di ristrutturazione e tagli del personale a seguito di un altro profit warning, scatenando un’ondata di proteste da parte dei sindacati. Venerdì, il Gruppo ha drasticamente ridimensionato le stime sul margine operativo per il 2026, riducendolo a un massimo dell’1% rispetto al precedente obiettivo compreso tra il 4% e il 5,5%. Tra le ragioni principali del calo figurano la domanda di auto elettriche debole in UE, il costante rallentamento sul mercato cinese, la crescente pressione sui prezzi, l’incremento degli accantonamenti previdenziali e, in particolare, una svalutazione straordinaria dell’avviamento da ben 6 miliardi di euro legata al marchio di lusso Porsche. Di fronte al peggioramento dei conti, il responsabile del marchio Volkswagen, Thomas Schäfer, ha dichiarato durante un’assemblea dei dipendenti a Wolfsburg che le misure di contenimento dei costi concordate nel 2024 non si sono rivelate sufficienti: “Non abbiamo tempo da perdere e aumenteremo in modo significativo l’intensità del nostro programma di efficienza“, dice la Reuters.

FRA PIANO FUTURO VOLKSWAGEN E AUTUNNO BOLLENTE

Il “Piano Futuro 2030” prevede una riduzione complessiva fino a 100.000 posti di lavoro a livello globale nel lungo termine, inclusa un’ulteriore dedcurtazione da 50.000 esuberi concordata di recente nei Consigli di sorveglianza. A ciò si aggiunge la conversione o la vendita di stabilimenti storici, come quello di Osnabrück, destinato alla produzione di componenti per la difesa. Operazioni costosissime fra l’altro per la società.

Da registrare una dura reazione del sindacato metallurgico IG Metall e del Consiglio di fabbrica. Decine di migliaia di lavoratori sono scesi in piazza in oltre 280 siti produttivi in Germania – coinvolgendo anche dipendenti di BMW, Mercedes-Benz e Bosch – per protestare contro la gestione strategica. Sarà un autunno bollente.

DUE SIGNORE ALLA CARICA CONTRO VW

I rappresentanti dei lavoratori, tra cui il presidente del Consiglio aziendale Daniela Cavallo e il segretario generale di IG Metall Christiane Benner, accusano la dirigenza di aver accumulato ritardi letali nella transizione elettrica, nelle batterie e nel software. È scontro fra le due signore, molto combattive e con enorme seguito, e i capi del colosso.

Ci aspettiamo che i vertici aziendali e i team di gestione si assumano le proprie responsabilità per la Germania come nazione automobilistica, per i dipendenti e per i posti di lavoro“, ha detto Benner.

La maggior parte dei manager non è riuscita a stare al passo con gli sviluppi nell’e-mobilità, nella digitalizzazione e nella tecnologia delle batterie, facendo così arretrare l’industria automobilistica e della componentistica tedesca“, ha affermato Horst Ott del sindacato IG Metall.

Volkswagen profit warning spinge i tagli pur se i sindacati protestano

IL CASO PORSCHE: DAL BANCOMAT DEL GRUPPO AL MAXI-AMMORTAMENTO

A bruciare più di tutto nella pancia del gigante di Wolfsburg è proprio la parabola del marchio di Zuffenhausen. Fino a pochissimo tempo fa Porsche rappresentava una macchina da soldi, capace di garantire margini operativi del 18% e di sostenere i bilanci del Gruppo VW.

I motivi del cortocircuito risiedono nel crollo di due pilastri della crescita recente: il mercato cinese e l’accoglienza dei modelli full-electric da parte della clientela tradizionale. In Cina, ieri prima destinazione globale del costruttore tedesco, la domanda per le vetture di lusso occidentali è crollata in maniera verticale. I nuovi acquirenti locali orientati verso l’alto di gamma scelgono sempre più frequentemente brand tecnologici nazionali.

RETROMARCIA DAL TUTTO ELETTRICO, MA ORA?

Il risultato è che Porsche ha dovuto avviare una pesante ristrutturazione della propria rete vendita in Asia, chiudendo decine di concessionarie e riducendo le aspettative di vendita annuali nel Paese a sole 30.000 unità, meno della metà rispetto ai picchi di quasi 80.000 vetture registrati nel 2023.

A ciò si aggiunge il doloroso rigetto delle alimentazioni a batteria da parte dei puristi e dei clienti storici in Europa e negli Stati Uniti. Il forte calo delle consegne della Taycan e l’accoglienza tiepida riservata ai nuovi lanci come la Macan elettrica dimostrano quanto sia stato rischioso accelerare l’addio ai motori termici.

Gli enormi investimenti sostenuti per sviluppare le piattaforme ad alta tensione a 800 Volt, le architetture software dedicate e l’adeguamento degli impianti produttivi di Zuffenhausen e Lipsia stanno generando un ritorno economico ben lontano dalle stime iniziali.

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