Volkswagen: appello all’UE per dazi su plug-in hybrid cinesi
L'UE ha già imposto extra dazi sulle elettriche fatte in Cina ed esportate in Europa, ma ora VW auspica una maxi tassa anche sulle PHEV orientali
L'UE ha già imposto extra dazi sulle elettriche fatte in Cina ed esportate in Europa, ma ora VW auspica una maxi tassa anche sulle PHEV orientali
Per opporsi all’avanzata cinese, il CEO del Gruppo Volkswagen, Oliver Blume, esorta l’Unione Europea a imporre rapidamente extra dazi sulle auto termiche ibride plug-in esportate dalla Cina e vendute in UE. Il capo di VW raccomanda di applicare lo stesso approccio utilizzato per le auto elettriche, aggiungendo un dazio supplementare fino al 35% in cima al normale muro doganale del 10%. Insomma, una barriera del 45%. Bruxelles, dice il top manager, dovrebbe anche accelerare misure di protezione più ampie per l’industria automobilistica, tra cui la promozione di una politica Made in Europe, la definizione di requisiti di contenuto locale, l’offerta di sostegno pubblico e l’implementazione di incentivi legati alla produzione regionale. Il tutto volto a rafforzare le catene di approvvigionamento e a ridurre la dipendenza dalle importazioni (fonte Autonews).
AUTO IBRIDE PLUG-IN CINESI IN EUROPA: UN’INVASIONE
D’altronde, Bruxelles valuta da mesi l’imposizione della barriera anti PHEV del Dragone. Secondo elaborazioni Dataforce, la Cina ha già divorato un terzo del mercato europeo delle ibride plug-in: 208.368 veicoli. Davanti a tutti ci sono BYD Seal U, BYD Atto 2 e Jaecoo 7. La prima europea, proprio una Volkswagen, è la Tiguan. Che, senza le orientali, farebbe sfracelli.
Blume mira – parole sue – a condizioni di parità sul mercato continentale. Il ragionamento è identico a quello delle BEV: siccome dietro le Case cinesi c’è lo Stato che sovvenziona, ecco che si determina uno squilibrio. Da eliminare con le extra tasse.
CINA AFFAMATA DI UNIONE EUROPEA, TERRA DI CONQUISTA
La guerra dei prezzi in Cina rende l’UE un mercato vitale per le Case orientali: una valvola di sfogo necessaria. Considerando che nel Vecchio Continente c’è il ban termico 2035, i produttori del Paese della Grande Muraglia hanno trovato un terreno fertile qui da noi dove espandersi, come mai avevano fatto prima.
Un primo tentativo di tasse sulle BEV è risultato un mezzo flop, in quanto i cinesi delocalizzano, producono in Europa, e comunque hanno margine per attendere di generare profitti importanti negli anni, senza fretta.
Adesso, si punta al muRo anti PHEV della superpotenza asiatica: la nostra impressione è che si navighi a vista, con misure estemporanee di dubbia efficacia, capaci solo di posticipare la vittoria del più forte nel mondo dell’elettrico e dell’ibrido ricaricabile.

CONFUSIONE EUROPEA
Nel primo semestre 2026, Cina a 685.990 veicoli commercializzati in UE, con un aumento spaventoso del 101% sul pari periodo 2025 e una quota schizzata in un anno dal 5% al 9,5%.
A conferma di un quadro complicatissimo, lo stesso Blume ha confermato la possibilità di importare in Europa veicoli prodotti in Cina per sfruttare una base di costo inferiore nella nazione orientale. Da cui l’UE dipende per batterie e terre rare. Un caos di proporzioni inaudite.
Oltretutto, anni fa, VW e Germania erano contro i dazi: chissà, forse temevano di vendere meno in Cina. Adesso che nel Celeste Impero i teutonici immatricolano pochissime macchine, perché sconfitti dalle Case locali, la retromarcia.
Esiste una profonda contraddizione che attraversa il settore automobilistico occidentale, diviso tra la necessità politica di invocare barriere protezionistiche per difendere la manifattura interna e l’esigenza economica immediata di inseguire i margini di profitto attraverso la filiera orientale.
A ciò si aggiunge il fallimento parziale dei precedenti dazi sulle auto elettriche, facilmente aggirati dai costruttori asiatici tramite la delocalizzazione produttiva in Europa e la forte resilienza finanziaria, capace di assorbire temporanee perdite pur di conquistare quote di mercato a lungo termine.
CORTOCIRUITO VERDE
Il risultato è un quadro di profonda incertezza regolatoria, con tempistiche bibliche prima di arrivare a una legge definitiva, in cui la transizione ecologica imposta dal Green Deal col bando dei motori termici fissato al 2035 rischia di trasformarsi in un boomerang economico, accelerando la dipendenza tecnologica anziché ridurla e palesando l’inefficacia di misure estemporanee prive di una visione industriale continentale realmente coesa.
Nel frattempo, pochi funzionari cinesi, dopo riunioni brevissime, prendono decisioni definitive, imponendo un’unica linea che porti alla vittoria automotive. Profittando, senza colpo ferire, delle (involontarie) aperture altrui sull’elettrico.