Mercato auto: perché nessuna Casa straniera vuole produrre in Italia?
Sono soprattutto i costi energetici, ma anche la burocrazia e la bassa produttività, ad allontanare gli investitori esteri dall'Italia, favorendo altri Paesi europei
Sono soprattutto i costi energetici, ma anche la burocrazia e la bassa produttività, ad allontanare gli investitori esteri dall'Italia, favorendo altri Paesi europei
La produzione automobilistica italiana ha toccato minimi storici paragonabili a quelli registrati nel 1955: il nostro Paese è uscito dai radar dei grandi investitori internazionali. Lo dimostrano i recenti piani di espansione di colossi cinesi come BYD che – nel valutare la collocazione del loro secondo impianto europeo – hanno escluso l’Italia, preferendo nazioni con condizioni di sistema decisamente più favorevoli. Il nodo centrale di questa scarsa attrattività risiede in un deficit di competitività che si articola su tre pilastri: anzitutto il costo dell’energia, e in misura minore la burocrazia e la produttività del lavoro.
NESSUN COSTRUTTORE CINESE APRE FABBRICHE AUTO IN ITALIA: LA QUESTIONE ENERGIA
Il fattore energetico rappresenta l’ostacolo più alto. I dati forniti in contesti ufficiali, come le audizioni parlamentari di Stellantis, evidenziano un divario di costo impressionante. Mentre in Italia il costo dell’energia per il settore industriale si attesta intorno ai 205 €/MWh, in Spagna e in Francia si scende rispettivamente a 90 €/MWh e 100 €/MWh.
Infatti, i marchi cinesi stanno andando alla conquista della penisola iberica, mentre continua a esercitare un grande fascino l’Ungheria. Per un investitore estero, questa differenza non è un dettaglio geopolitico, ma una variabile economica fondamentale che incide direttamente sulla redditività di lungo periodo.
Nessun’azienda automobilistica può ignorare un differenziale così netto, che rende la produzione nel nostro Paese economicamente svantaggiosa sin dai primi passi.
BUROCRAZIA OVUNQUE TU SIA
A questo si somma un ambiente burocratico caratterizzato da lentezze amministrative e rigidità che scoraggiano chiunque intenda avviare grandi progetti industriali. La complessità dei processi autorizzativi, unita a un sistema normativo farraginoso, agisce come una barriera all’entrata, spingendo gli investitori a privilegiare giurisdizioni dove la certezza del diritto e la velocità sono garantite.

EFFICIENZA PRODUTTIVA CERCASI
Infine, il tema della produttività completa il quadro. Senza interventi strutturali che migliorino l’efficienza dei processi produttivi e la flessibilità del sistema, l’Italia fatica a reggere il confronto con i competitor europei. La strategia degli anni passati di puntare esclusivamente su bonus all’acquisto appare ormai insufficiente per colmare un gap di competitività che è, prima di tutto, sistemico.
DIFFERENZE NON DA POCO FRA ITALIA E ALTRI BIG
Il grafico Anfia in basso mostra la produzione di auto nei principali mercati europei a maggio 2026. La Germania guida con 301,6 mila veicoli (-18%). Seguono la Spagna con 169,5 mila (-5%) e il Regno Unito con 49,2 mila (-3,2%).
La Francia, con l’ultimo dato disponibile riferito al primo trimestre 2026, si attesta a 284,3 mila veicoli con una variazione positiva del 5,7%. L’Italia è ultima a 29,1 mila.

NUMERI DA SOPPESARE
Dopo diversi annunci da parte di un po’ tutti i Governi, si è arrivati al nulla di fatto. Massima cautela anche coi numeri, da soppesare e interpretare. È vero che i dati Istat sulla produzione industriale di maggio 2026 confermano il trend positivo per il comparto automotive. Infatti, la fabbricazione di autoveicoli cresce del 27,8% su base annua, mentre da inizio anno registra un incremento del 25,6%.
Tuttavia, il paragone è con il 2025, anno orribile in cui la produzione italiana è precipitata al punto più basso. Si tratta pertanto di un rimbalzo statistico inevitabile. È una risalita dopo il tracollo, ma si resta sott’acqua abbondantemente e con poco ossigeno
Gli investitori stranieri osservano il contesto, dato da energia, produttività, infrastrutture, così come tempi autorizzativi e stabilità di poche e chiare regole.
Sarebbe opportuno ragionare sul lungo periodo in termini di competitività industriale: la partita non si gioca nel 2026 sul 2025, avversario debolissimo e facile da battere. Ma sui decenni a venire.
QUALI PROSPETTIVE
Mentre le aziende italiane che ne hanno la forza scelgono la strada della delocalizzazione per sopravvivere, il Paese rischia di perdere la partita industriale più importante del decennio. Occorre un cambio di passo radicale nelle politiche industriali: se no, l’Italia rischia di restare un mercato di consumo, perdendo il suo ruolo di protagonista nella produzione.
È un peccato, poiché possediamo una filiera della componentistica tra le migliori al mondo: un indotto d’eccellenza, pronto a mettere competenze al servizio di investitori esteri interessati a progetti industriali di rilievo.