L’auto tedesca vuole un “muro” anti Cina, ma Merz teme la ritorsione di Pechino

L’auto tedesca vuole un “muro” anti Cina, ma Merz teme la ritorsione di Pechino

L'industria automobilistica tedesca chiede barriere rigide contro l'avanzata asiatica, però il cancelliere frena per evitare ritorsioni commerciali pesanti

 

L'industria automobilistica tedesca chiede barriere rigide contro l'avanzata asiatica, però il cancelliere frena per evitare ritorsioni commerciali pesanti

di 
28 Agosto 2026 - 14:24

La pressione delle Case auto tedesche sul Governo guidato da Friedrich Merz ha raggiunto un livello di guardia. I giganti della mobilità in Germania premono con forza affinché Berlino adotti una linea molto più dura e protezionista nei confronti della Cina, invocando dazi stringenti e normative mirati a frenare l’invasione dei veicoli elettrici e ibridi plug-in del Dragone. Tuttavia, la risposta della politica si scontra con un dilemma strategico ed economico: la paura concreta e tangibile di una ritorsione commerciale da parte di Pechino, capace di colpire gli interessi storici e i profitti che varie aziende tedesche continuano a realizzare nel mercato cinese, spiega la Reuters.

AUTO TEDESCA IN CRISI E GOVERNO IN UN VICOLO CIECO

I marchi di Stoccarda, Monaco e Wolfsburg vedono erodersi le proprie quote di mercato interne e internazionali a favore dei concorrenti cinesi, capaci di offrire veicoli tecnologicamente avanzati a prezzi inferiori. All’inizio, nel 2019, col Green Deal auto elettrica voluto dalle lobby verdi in UE, le Case hanno tentato di fare breccia con le macchine a batteria.

Ma poi la Cina ha preso il sopravvento in un mercato molto debole, coi consumatori che chiedono vetture termiche. Di qui le retromarce verso il motore a benzina. Per i costruttori, l’unica salvezza immediata consiste nell’innalzare uno scudo normativo e tariffario in grado di riequilibrare il terreno di gioco.

LA POSIZIONE DI BERLINO È COMPLICATA: FRA TRANSIZIONE UE E COMMERCIO CON PECHINO

Ma la posizione di Merz e del suo Esecutivo è complessa. La Germania ha imposto il Green Deal a tutti nell’UE, e ora ne paga le conseguenze: un paradosso storico senza precedenti. Con disoccupazione su livelli drammatici.

Quella teutonica resta una nazione esportatrice, profondamente legata agli equilibri del commercio globale. Introdurre misure punitive unilaterali o appoggiare in modo incondizionato un irrigidimento radicale della politica europea anti-Cina espone immediatamente i colossi tedeschi al rischio di rappresaglie mirate.

La nazione asiatica rappresenta il principale fornitore di componenti chiave e materie prime per la filiera delle batterie, ma anche uno dei mercati di sbocco più redditizi in assoluto per le berline di fascia alta e di lusso prodotte in Germania.

Un’eventuale guerra commerciale a colpi di controsanzioni o restrizioni burocratiche metterebbe in ginocchio intere catene di fornitura, azzerando i dividendi. E senza gli accumulatori cinesi, il passaggio all’elettrico legato al ban termico 2035 non può avvenire. Si tratta di un caos epocale.

L’auto tedesca vuole un muro anti Cina, ma Merz teme la ritorsione di Pechino

TRA PROTEZIONISMO E DIPENDENZA GLOBALE

Le ripercussioni di questo braccio di ferro tra industria e Governo superano ampiamente i confini nazionali tedeschi, dettando l’agenda dell’intera Unione Europea. Se da un lato i costruttori invocano uno scudo doganale per arginare l’avanzata asiatica, dall’altro Bruxelles e Berlino devono fare i conti con la fragilità di un sistema industriale che non può permettersi una rottura totale con Pechino.

Le catene di fornitura globali sono talmente integrate che qualsiasi misura restrittiva rischia di ritorcersi contro la stessa filiera europea, bloccando l’approvvigionamento di terre rare e semiconduttori indispensabili non solo per la mobilità elettrica, ma per l’intero comparto manifatturiero hi-tech.

Sullo sfondo, la questione Volkswagen con un imprecisato numero di esuberi: 100.000 circa. Più la chiusura di quattro stabilimenti, per i quali dopo il 2030 non ci sarebbe futuro secondo il CEO Oliver Blume. Con possibili ricadute a livello sociale. Senza dimenticare l’ascesa della destra, sulla spinta dell’inquietudine dei cittadini, che intimorisce la compagine governativa.

L’EX LOCOMOTIVA TEME DI SBAGLIARE ANCORA

Dopo la scommessa verde perduta, l’ex locomotiva teme di sbagliare una seconda volta. Per giunta dovendo in parte o del tutto rinunciare al gas russo a basso prezzo e di alta qualità, con effetti dirompenti sul costo già elevatissimo dell’energia.

Il futuro dell’asse economico euro-cinese dipenderà interamente dalla capacità della politica di mediare tra la richiesta di protezione immediata avanzata dai manager e la necessità di mantenere canali di dialogo aperti con un partner commerciale imprescindibile.

Commenta con la tua opinione

X