Fondo Automotive da 1,6 miliardi: promesso a gennaio, sparito a maggio

Fondo Automotive da 1,6 miliardi: promesso a gennaio, sparito a maggio

Il Fondo Automotive da 1,6 miliardi di euro rimane una promessa, in attesa del decreto decisivo. Intanto, l'ANFIA auspica che il governo acceleri in tal senso

 

Il Fondo Automotive da 1,6 miliardi di euro rimane una promessa, in attesa del decreto decisivo. Intanto, l'ANFIA auspica che il governo acceleri in tal senso

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6 Maggio 2026 - 12:00

Facciamo un salto indietro al 30 gennaio 2026: i tecnici del ministero delle Imprese di Adolfo Urso presentano il DPCM – decreto del presidente del Consiglio dei ministri – che programma le risorse del Fondo Automotive fino al 2030, per un totale di 1,6 miliardi di euro, offrendo alle imprese una prospettiva pluriennale, considerato che il 75% delle risorse sono destinate all’offerta. Da allora, però, non se n’è saputo più niente e giustamente l’ANFIA, l’associazione che rappresenta la filiera dell’auto, inizia a chiedersi che fine abbiano fatto le risorse promesse.

RISORSE FONDO AUTOMOTIVE: COSA CHIEDE L’ANFIA

Il presidente dell’associazione, Roberto Vavassori, auspica infatti “che le misure a supporto dell’industria annunciate qualche mese fa dal MIMIT nell’ambito del Fondo Automotive possano presto entrare in vigore grazie a una rapida approvazione del relativo DPCM“.

È fondamentale rendere finalmente operative le risorse destinate alle imprese per facilitare gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, più che mai necessari in questa fase di  transizione energetica.

TRA EMERGENZA E BUROCRAZIA

Da una parte il settore auto è fortemente sotto stress per mille fattori: l’UE che punta sull’elettrico, la crisi energetica, il mancato supporto all’elettrificazione. Dall’altra, a fronte dell’emergenza, la tipica lentezza della burocrazia italiana ed europea in generale cozza con la necessità di fare in fretta. Anche se va detto che l’esecutivo si trova in questo momento sommerso di criticità legate anche alla crisi energetica.

Che fine ha fatto il Fondo Automotive di 1,6 miliardi?

FONDO AUTOMOTIVE 2026 – 2030: QUANTI SOLDI E PER CHI

  1. La quota principale è riservata agli Accordi per l’innovazione, con 750 milioni di euro per ricerca e sviluppo.
  2. Poi ci sono i contratti di sviluppo per gli investimenti produttivi, con particolare attenzione ai mini-contratti.
  3. Sul fronte della domanda, una parte rilevante delle risorse sarà destinata all’ecobonus per i veicoli commerciali leggeri, oltre al sostegno per i veicoli della categoria L, al retrofit, al bonus per le colonnine di ricarica e al noleggio sociale a lungo termine.
  4. A queste misure del Fondo Automotive si affiancano gli interventi previsti dalla legge Bilancio, che mettono a disposizione risorse significative per gli investimenti delle imprese, a partire dal Nuovo Piano Transizione 5.0 e dal rifinanziamento della Nuova Sabatini.

IL VALORE DI UNA TRANSIZIONE DA NON RALLENTARE

In questo scenario complesso, il comparto automotive italiano si trova a un bivio per il proprio futuro industriale ed economico. La transizione verso la mobilità sostenibile non è più un’opzione, ma un imperativo dettato dai mercati globali e dagli ambiziosi obiettivi climatici fissati a livello comunitario. Tuttavia, senza un supporto governativo chiaro, rapido e strutturato, il rischio è quello di perdere competitività rispetto ad altri Paesi europei che stanno già marciando a pieno ritmo. Le risorse del Fondo Automotive, che ammontano a 1,6 miliardi di euro fino al 2030, rappresentano l’ossigeno necessario per le aziende della componentistica e della produzione che devono riconvertire i propri impianti e formare i lavoratori sulle nuove tecnologie.

PER UN CIRCOLO VIRTUOSO

Ritardi prolungati nella firma definitiva del DPCM rischiano di paralizzare gli investimenti privati, poiché le imprese non possono pianificare i propri budget in un clima di incertezza normativa ed economica. L’appello lanciato dall’ANFIA non riguarda solo la liquidità immediata, ma l’urgenza di un segnale di fiducia da parte delle istituzioni. Gli accordi per l’innovazione e i contratti di sviluppo sono gli strumenti cardine per evitare delocalizzazioni e mantenere il know-how sul territorio nazionale. Inoltre, integrare queste risorse con gli incentivi del Piano Transizione 5.0 e della Nuova Sabatini crea un ecosistema favorevole, in cui l’offerta di veicoli innovativi e la domanda di infrastrutture di ricarica crescono di pari passo. È indispensabile, quindi, che la burocrazia faccia un passo indietro e lasci spazio all’azione, trasformando gli annunci di inizio 2026 in cantieri aperti e progetti di ricerca finanziati prima che il divario con i competitor esteri diventi incolmabile.

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