Confindustria contro UE: “Norme su CO2 favoriscono solo cinesi e Tesla”
Confindustria critica aspramente le regole UE sulla CO2: per il settore auto europeo, è una mazzata
Confindustria critica aspramente le regole UE sulla CO2: per il settore auto europeo, è una mazzata
Confindustria all’attacco dell’Unione Europea per le normative che riguardano il settore auto. “Oggi – dice il leader Emanuele Orsini –, il Continente più pulito ha il prezzo della CO2 più alto al mondo: un costo che gonfia le bollette dei cittadini e colpisce i processi industriali spingendoci fuori mercato. Per capire quanto tutto questo sia autodistruttivo, basta pensare all’automotive, con i costruttori europei costretti ad acquistare certificati di emissione di CO2 che arricchiscono i concorrenti americani e cinesi. È una vera pazzia!“.
CREDITI CO2 COMPRATI DA CINA E USA: DI CHE SI TRATTA
Le parole del presidente di Confindustria toccano uno dei nodi più critici e dibattuti della transizione ecologica continentale: il meccanismo dei crediti di carbonio (o crediti CO2) nel settore automotive. Per comprendere quella che Orsini definisce una “pazzia” autodistruttiva, occorre analizzare le regole stringenti che l’Unione Europea impone ai costruttori di auto e il mercato finanziario che ne è derivato.
ZERO MULTE A CHI FA SHOPPING DALLE CASE GREEN
Bruxelles ha stabilito tetti rigidi alle emissioni medie di anidride carbonica per le vetture nuove immatricolate sul proprio territorio. Coi parametri entrati in vigore per il 2025 e il 2026, la soglia media è scesa drasticamente a circa 93,6 grammi di CO2 per chilometro. Se la media delle auto vendute da un gruppo automobilistico supera questo limite, la sanzione è severissima: 95 euro per ogni grammo in eccedenza, moltiplicato per il numero totale di veicoli immatricolati. Per i grandi costruttori tradizionali, che vendono ancora molte vetture a benzina, diesel o ibride, il rischio si traduce in multe multimiliardarie (stimate complessivamente attorno a 16 miliardi di euro).

LA SCAPPATOIA LEGALE
Per evitare queste sanzioni, la normativa europea consente una scappatoia legale chiamata “pooling” (raggruppamento). Più Case automobilistiche possono unire virtualmente le proprie flotte di veicoli per calcolare la media delle emissioni in modo congiunto. Chi produce auto altamente inquinanti può quindi “comprare” il surplus di CO2 virtuale da chi produce esclusivamente o prevalentemente auto elettriche a zero emissioni. È in questo preciso punto che si innesca il cortocircuito economico denunciato da Confindustria. I produttori storici europei faticano a vendere la quota di auto elettriche necessaria a rispettare i target a causa di un mercato interno rimasto tiepido, sono costretti a stringere accordi di pooling con i loro diretti concorrenti globali.
CHI VENDE CREDITI IN CINA E USA
I maggiori venditori di crediti di carbonio? Tesla è stata la pioniera di questo business, incassando negli anni miliardi di dollari dai rivali occidentali (incluso il gruppo Stellantis, Ford e Toyota) semplicemente cedendo i propri crediti “green”. Col boom dei produttori asiatici di veicoli elettrici, colossi come BYD, Geely (proprietaria di Volvo e Polestar) o Leapmotor (partner della stessa Stellantis) dispongono di enormi bacini di crediti puliti da rivendere sul mercato europeo. Il risultato politico ed economico è una profonda asimmetria competitiva.
LA MORSA NORMATIVA
I costruttori automobilistici europei si trovano in una morsa: da un lato subiscono la pressione dei dazi e della concorrenza sui prezzi da parte della Cina; dall’altro, per rispettare le leggi di Bruxelles ed evitare multe, si vedono costretti a incanalare un fiume di quattrini proprio nelle casse delle aziende cinesi e americane. Quei capitali, sottratti alla ricerca e allo sviluppo dei marchi europei, finanziano direttamente i budget dei rivali transoceanici, permettendo loro di migliorare le tecnologie delle batterie, abbassare ulteriormente i prezzi e consolidare la leadership globale. È il trasferimento di ricchezza dai bilanci europei a quelli di Pechino e Washington che l’industria italiana contesta fermamente, chiedendo una revisione immediata delle scadenze e una reale neutralità tecnologica (che includa, a esempio, i biocarburanti).
PERICOLO PER QUALSIASI INDUSTRIA
A essere in pericolo non è solo l’auto. “Senza industria di base, crolla l’intera economia europea – chiosa Orsini –. Ma le vulnerabilità riguardano anche settori ad alto contenuto tecnologico come elettronica e semiconduttori, elettrodomestici, farmaceutica, metalli e il trattamento delle terre rare“. Chissà se a Bruxelles qualcuno starà ascoltando questo ennesimo allarme.