Case auto cinesi non investono in Italia? Per Urso la colpa è di… Stellantis
Discutibile tesi del ministro delle Imprese Adolfo Urso: “I cinesi non investono in Italia perché Stellantis non ha chiuso le fabbriche”
Discutibile tesi del ministro delle Imprese Adolfo Urso: “I cinesi non investono in Italia perché Stellantis non ha chiuso le fabbriche”
Le parole pronunciate ieri dal ministro delle Imprese Adolfo Urso fanno discutere: “I cinesi non investono in Italia perché Stellantis non ha chiuso le fabbriche”. Siccome i colossi orientali cercherebbero stabilimenti che non producono, per subentrare e invadere l’Unione Europea, si sarebbero disinteressati dei siti del nostro Paese, che tuttora sfornano vetture. Se invece le Case del Dragone avessero trovato realtà da rivitalizzare, avrebbero investito, riferisce il Fatto Quotidiano. Questa la tesi discutibile del titolare del dicastero. “La prima cosa che abbiamo fatto è rendere conveniente, anzi necessario per le aziende automobilistiche cinesi, investire nel Vecchio Continente. Perché se oggi BYD, Dongfeng e altre società sono alla ricerca di stabilimenti chiavi in mano, è perché noi abbiamo definito un percorso che renderà più difficile esportare dalla Cina in Europa e più conveniente produrre in loco. I cinesi sanno che da qui a 2-3 anni sarà per loro più complesso esportare in Europa per competere”.
URSO E I COLLOQUI CON BYD
Il ministro dice di aver ricevuto più volte Alfredo Altavilla, Special Advisor per l’Europa di BYD, colosso cinese mondiale che fa auto elettriche e ibride plug-in. Sia il top manager italiano sia altri dirigenti hanno visitato fabbriche in Italia, “ma non c’è uno stabilimento chiavi in mano. Perché Stellantis, a differenza degli altri attori, non ha chiuso siti in Italia. Stellantis, con un patto che ha fatto con il Governo, al tavolo dell’automotive, si è impegnata a tenere in attività tutti gli stabilimenti e a non licenziare gli operai”.
TESI DISCUTIBILE: ECCO I MOTIVI
Stellantis ha prodotto in Italia nel 2025 solo 379.706 fra auto e veicoli commerciali, segnando un calo del 20% rispetto al 2024 e quasi dimezzandosi rispetto ai volumi del 2023. Nei primi nove mesi del 2026, si è a 340.745 unità. Tra il 2024 e quest’anno, il Gruppo euroamericano ha allontanato dalle fabbriche 6.000 operai attraverso le uscite incentivate. In passato, lo stesso Urso parlava di un possibile sbarco di cinesi in Italia.
Inoltre, nel 2023 il Governo aveva posto come obiettivo la produzione locale di un milione di auto l’anno per il 2030, anche con un secondo grosso produttore. Durante i primi incontri ufficiali tra il ministero delle Imprese e i vertici di Stellantis (con l’amministratore delegato Carlos Tavares), l’Esecutivo ha posto pubblicamente la base per fissare il traguardo.
Tutto sancito con l’istituzione del Tavolo Automotive al ministero, dove – con Regioni e sindacati – è stata condivisa la volontà di sottoscrivere un piano di transizione industriale per riportare la produzione nazionale a quota un milione.

I CINESI IN ALTRE NAZIONI UE: COSA SUCCEDE
Molti costruttori cinesi (come Chery) stanno investendo o hanno scelto di stabilire la propria produzione in Paesi europei (l’Ungheria o la Spagna) dove non c’è stato necessariamente il collasso o la chiusura di un grande stabilimento storico preesistente.
BYD dimostra che i brand cinesi sono perfettamente in grado di costruire stabilimenti ex novo se trovano le giuste condizioni economiche, incentivi e infrastrutture: il costo del lavoro, il prezzo dell’energia e la fiscalità in Italia rappresentano un freno agli investimenti stranieri. Insomma, la minore competitività che non consente di generare profitti adeguati (vedi anche le parole del CEO Stellantis Antonio Filosa).
Senza contare i tempi della burocrazia e delle autorizzazioni che scoraggiano i grandi investitori internazionali rispetto ad altre aree del Continente. Infine, le posizioni critiche assunte dal Governo italiano in materia di dazi doganali e barriere commerciali contro l’export cinese potrebbero aver reso l’Italia una destinazione politicamente meno favorevole. Un contesto che il Governo Meloni ha ereditato, a dire il vero: pesanti problemi strutturali dovuti anche alle politiche europee, di difficile soluzione.