Ford: i primi effetti della Brexit e le previsioni sul mercato auto

Ford ha due impianti che costruiscono motori in Inghilterra ma pensa di chiuderli: il mercato delle auto mostra segni di cedimento dopo la Brexit

1 agosto 2016 - 16:55

24 giugno 2016, una data che rimarrà nella storia d'Europa (e probabilmente del Mondo) e che corrisponde all'uscita del Regno Unito dalla Comunità Europea dopo 43 anni di permanenza. Gli scenari post-Brexit, come tratteggiati dagli analisti, non sono incoraggianti su entrambe le sponde della Manica e prevedono danni economici che, anche se ad oggi non quantificabili con precisione, appaiono ingenti (leggi della possibile stangata da 100 miliardi che potrebbe abbattersi sull'automotive). SicurAUTO.it ha già parlato in generale di questi riflessi negativi e oggi possiamo approfondire il caso specifico di Ford, molto coinvolta dato che ha 2 impianti che assemblano motori nel Regno Unito.

PRODURRE IN CITTÀ EUROSCETTICHE Gli impianti Ford sono in 2 città: Dagenham, nell'Essex, a poche decine di km dal centro di Londra, ha 190 mila abitanti mentre la gallese Bridgend ne ha circa 135 mila. Dato che la realtà sembra a volte la sceneggiatura di un film, entrambe le cittadine si sono espressa favore di quella Brexit che potrebbe costar loro cara in termini occupazionali: a Dagenham i Leave hanno raggiunto il 62% mentre a Bridgend si sono “fermati” al 55%. Ma perché l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea potrebbe indurre Ford a chiudere questi impianti? Le ragioni sono diverse e ad esplicitarle sono delle analisi condotte da Euromonitor, che evidenziano un primo effetto di queste cause: il calo del mercato inglese in giugno, un mercato generoso per Ford (nel 2015 era al secondo posto nelle vendite in UK) che nel quinquienno 2010-15 era cresciuta con un tasso annuo composto del 5,10%, migliore di quello generale del Marchio.

LE RAGIONI DEL DANNO Il calo del mercato inglese  sarebbe poco preoccupante in sé – si tratta di un piccolo – 0,8% (leggi com'è andato il mercato Europa a giugno) – ma è comunque una negatività che interrompe una “striscia” positiva lunga 51 mesi. Il confronto rispetto a giugno 2015 è omogeneo dato che i giorni lavorativi sono statti gli stessi del giugno di un anno fa. Neil King, analista automobilistico a Euromonitor International, sostiene che “è molto difficile essere ottimisti circa le prospettive per il mercato auto del Regno Unito, almeno nel breve periodo, perché ci sarà un impatto negativo sulla crescita economica, l'occupazione, l'inflazione, i prezzi del carburante, la sterlina e, naturalmente, sulla fiducia dei consumatori. L'unica cosa positiva per il mercato auto è che i tassi di interesse possono scendere ma, dato che sono già al livello dello 0,5%, c'è poco spazio per questo movimento”. Dato che l'economia è fatta non soltanto di cifre ma anche (soprattutto?) di fiducia e di climi interiori, King enuncia un semplice dato che fa riflettere: “c'è ancora molta incertezza sul futuro dei circa 3 milioni di cittadini dell'Unione europea che risiedono nel Regno Unito e che non hanno ancora garanzie certe sul loro futuro: appare quindi improbabile che questi consumatori investano denaro in un oggetto costoso come un'automobile mentre sono in questa sorta di limbo”.

MOTORI VERSO LA UE, AUTO DALLA UE Ford ha interrotto la sua produzione di automobili nel Regno Unito nel 2002 ma la sua produzione di motori, che impiega circa 3.800 persone a Dagenham e Bridgend, è continuata, esportando questi gruppi meccanici verso l'Unione europea, dove vengono assemblate le auto. Molti di questi veicoli vengono poi importati in UK (valgono quasi un terzo delle vendite europee di Ford): questo doppio passaggio, che grazie all'adesione all'Unione Europea non comportava dazi e controlli doganali, genererà ingenti costi aggiuntivi con il Regno Unito fuori dalla UE. Bob Shanks, direttore finanziario di Ford, non solo ha messo in evidenza come il calo della sterlina abbia reso il marchio americano Ford più costoso nel Regno Unito ma ha indicato cifre pesanti. Brexit è infatti già costata a Ford circa 60 milioni di dollari nel secondo trimestre, emorragia che crescerà a 200 milioni di dollari a fine anno; ogni anno successivo potrebbe poi costare a Ford l'iperbolica cifra di 400 se non 500 milioni di dollari, cosa che costringerebbe a chiudere quegli impianti. Queste zavorre appaiono ancor “crudeli” perché colpiscono una realtà produttiva valida: la SMMT (Society of Motor Manufacturers and Traders, una sorta di ANFIA/UNRAE inglese) aveva infatti comunicato che la produzione d'Oltremanica era stata di 158.641 vetture a giugno, in salita del 10,4% rispetto al 2015 (leggi del destino della Mini e di Rolls Royce legato alla Gran Bretagna). Le oltre 900 mila unità del primo semestre sono state il miglior risultato dal 2.000 e più del 75% della produzione viene esportato. Questa crescita era stata guidata dalla domanda da parte dei Paesi dell'Unione, un mercato libero che conta 500 milioni di abitanti. Le (eventuali) barriere verso questo grande bacino potrebbero costare al Regno Unito, secondo King, 500 mila immatricolazioni in meno fino al 2019. E così, fra superbolli (leggi della tassa di 1000 euro per le diesel) e innovazioni che rischiano di essere impallinate in volo (leggi del successo di Nissan in UK), i tempi per Ford e per l'automotive in generale potrebbero diventare molto duri nel Regno Unito. 

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