Brexit: l'Inghilterra lascia l'Europa. Cosa rischia l'industria auto

Il terremoto Brexit squassa il mondo intero e voci allarmate si levano anche dai costruttori delle auto ma le prospettive non sono forse così tremende

24 giugno 2016 - 17:36

Molte persone facevano la fila presso gli uffici di cambio per cambiare sterline in dollari o euro, temendo un crollo della valuta nazionale nel caso che la “Brexit” accadesse. Questa preoccupazione è ora diventata una realtà: la sterlina è crollata e si è aperto un periodo di grande incertezza ma forse l'industria dell'automobile non rischia così tanto.

LEAVE SULLE RUOTE L'Unione Europea, nata per assicurare pace e sviluppo, viene oggi percepita da molti suoi cittadini come una gabbia soffocante e distante. La volontà popolare va rispettata e il primo ministro Cameron (che aveva lanciato un pesante allarme), che ha indetto il referendum prima ed è stato paladino del “Remain” dopo, si è correttamente dimesso quando si è saputo che i “Leave” avevano vinto, con una decisione tutta politica che avrà risvolti anche sull'importante industria automobilistica. Cosa succederà se – come sembra probabile – Cameron lascerà il suo posto all'auroscettico Boris Johnson? Si instaureranno politiche protezionistiche, con pesanti ripercussioni per un Paese che esporta moltissimo e che ha una grande produzione automobilistica (il settore potrebbe soffirire per una stangata miliardaria)? Se molte Case si erano espresse a favore di una permanenza nella UE non è stato certo per caso: nel Regno Unito circa 800 mila addetti hanno infatti costruito nel 2015 circa 1,6 milioni di veicoli, dei quali l'80% viene esportato, principalmente verso i Paesi dell'Unione Europea. Ora le esportazioni verso i Paesi della UE saranno sottoposte a dazi che prima non esistevano e che si possono stimare pari al 10% circa del valore delle auto, a tutto danno della competitività dell'industria britannica. Essa, che ha goduto di consistenti agevolazioni governative, comprende stabilimenti di 15 costruttori, molti dei quali globali, 13 centri R & D, più di 100 componentisti e, anche se avranno meno problemi, diverse scuderie di F1.

PRUDENTI O SBILANCIATE Un concetto sembra emergere: i Costruttori esteri hanno investito in UK perché faceva parte di un mercato libero che contava circa 500 milioni di consumatori ma ora questo bacino potenziale non c'è più. I costruttori giapponesi, che da soli hanno investito nel corso degli anni circa 59 miliardi di dollari nel Regno Unito proprio per questa motivazione, cosa faranno ora? Alcuni di loro erano stati espliciti nello stigmatizzare l'eventuale vittoria del Leave: Il CEO di Toyota Motor Europe, Johan van Zyl, ha iniziato in maniera soft un comunicato: “Rispettiamo il fatto che i futuri rapporti fra il Regno Unito e l'Unione europea siano decisi dal popolo britannico e non vogliamo entrare alla campagna referendaria”. Ma, come si dice, in cauda venenum e così la fine del comunicato ha un tono ben diverso: “Abbiamo considerato attentamente le implicazioni per le nostre attività produttive nel caso il Regno Unito lasciasse l'Unione Europea. Ci siamo impegnati verso la nostra gente e gli investimenti e così temiamo che l'uscita dalla UE creerebbe ulteriori sfide di business. Di conseguenza riteniamo che la continuità dell'adesione britannica alla UE sarebbe il meglio per le nostre operazioni e la loro competitività a lungo termine”. Più sfumate ma ugualmente a favore del Remain le dichiarazioni di portavoce di Toyota che, pur evidenziando come l'uscita sarebbe un cambiamento non sconvolgente, afferma poi che la permanenza britannica è il miglior risultato.

SOLUZIONE GATTOPARDESCA? La Brexit era considerata controproducente da BMW (che ha infatti annunciato inevitabili anche se non imminenti cambiamenti nelle sue operazioni: la Mini dipende dalla Gran Bretagna); Daimler e Renault-Nissan (leggi come i loghi di Nissan e Toyota siano apparsi in volantini abusivisi pro-Brexit) si sono unite al coro che vorrebbe mantenere lo status quo e il suo ricco mercato. Bloomberg cita una dichiarazione di Mark Fields, CEO di Ford Motor Co., che avrebbe detto: “è molto importante per il Regno Unito far parte di un mercato unico e l'avere lo UK come parte di una UE riformata è nel migliore interesse del Regno Unito stesso”. Molta preoccupazione, quindi, ma alcuni analisti pensano che, almeno dal punto di vista dell'industria automotive e finanziaria, le cose non cambieranno molto. L'Europa ha tutto l'interesse a continuare ad accedere al ricco mercato inglese, che importa dalla UE beni per 30 miliardi di euro e ben 450 mila automobili premium ogni anno. Michael Burrage, analista di Cimigo, ha pronosticato che “anche in caso di Brexit, il governo UK negozierà il libero scambio con tutti e sicuramente considererà prioritari gli interessi del settore automobilistico e di quello finanziario. Dato che anche gli interessi tedeschi avranno priorità simili l'industria automobilistica non dovrebbe subire grossi traumi”. Sarà per questo che Angela Merkel ha dichiarato, circa un'ora fa, “che la UE è abbastanza forte da trovare le giuste risposte. Lo scopo è assicurare future relazioni bilaterali con il Regno Unito che siano strette e basate sulla cooperazione”?

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