Prezzi benzina e diesel alle stelle: meglio ridurre le accise o l’IVA?
Quali strategie per affrontare l'aumento dei prezzi benzina e diesel? Meglio ridurre le accise o agire sull'IVA? Pro e contro delle due soluzioni
Quali strategie per affrontare l'aumento dei prezzi benzina e diesel? Meglio ridurre le accise o agire sull'IVA? Pro e contro delle due soluzioni
Per contenere i prezzi alla pompa di benzina e diesel, schizzati alle stelle per gli effetti della guerra in Iran, meglio ridurre le accise o intervenire sull’IVA? Detto che il Governo italiano non sta considerando nessuna delle due ipotesi, al contrario di altri Paesi europei, cerchiamo di capire cosa sarebbe meglio fare per limitare il caro carburante.
COME INFLUISCONO ACCISE E IVA SUL PREZZO DI BENZINA E DIESEL
L’accisa è una imposta fissa sulla fabbricazione e vendita di prodotti di consumo. La più diffusa è quella sul prezzo dei carburanti, presente a vari livelli in quasi tutto il mondo e in particolare nei Paesi non produttori. In Italia le accise sui carburanti pesano soprattutto su benzina e diesel, assai meno sul gpl, mentre quella sul metano è irrilevante.
L’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) è una tassa sui consumi applicata in percentuale alla vendita di beni e servizi. La pagano i consumatori, ma viene raccolta dalle aziende e versata allo Stato. In Italia l’IVA sui carburanti è al 22% e viene applicata sul prezzo totale, cioè carburante + accise. Questo significa che si paga l’IVA anche sulle accise, quindi è una sorta di “tassa sulla tassa”.
Volendo fare un esempio concreto, nell’ultima rilevazione del MASE datata 9 marzo 2026, che si riferisce alla media settimanale dei prezzi dal 2 all’8 marzo 2026, i prezzi nazionali (€/1.000 litri) della benzina, del gasolio e del gpl per l’autotrazione in modalità self-service sono i seguenti:
- Benzina: 1.745,16 euro di cui 672,90 (accisa), 314,70 (Iva) e 757,56 (netto);
- Gasolio auto: 1.869,24 euro di cui 672,90 (accisa), 337,08 (Iva) e 859,26 (netto);
- Gpl: 710,54 euro di cui 147,27 (accisa), 128,13 (Iva) e 435,14 (netto).
Ne consegue che l’accisa pesa oltre il 40% sul costo finale di benzina e diesel (molto meno sul gpl), e aggiungendoci l’Iva al 22% (calcolata, come detto, su netto + accisa) il carico sale al 55% circa.
RIDUZIONE DELLE ACCISE: L’INTERVENTO DIRETTO
Detto che le accise sono imposte a importo fisso sulla quantità di prodotto (euro per litro) e non cambiano al variare del prezzo del petrolio, ridurle è la strategia classica adottata dai governi italiani (l’ultimo a farlo fu Draghi nel 2022) per dare un sollievo immediato.
PRO:
- Efficacia immediata: il taglio si traduce istantaneamente in una riduzione del prezzo finale per il consumatore.
- Semplicità amministrativa: non richiede ricalcoli complessi basati sulle fluttuazioni del mercato; si decide un taglio (es. 10 centesimi) e lo si applica.
CONTRO:
- Costo per lo Stato: rappresentano una voce d’entrata massiccia e prevedibile. Tagliarle scava un “buco” immediato nel bilancio pubblico che va coperto altrove.
- Rigidità: essendo una cifra fissa, se il prezzo del greggio continua a salire, il beneficio del taglio viene rapidamente annullato dai nuovi rincari.

INTERVENTO SULL’IVA: IL CONTRASTO AL “DRAGAGGIO” FISCALE
L’IVA sui carburanti in Italia è al 22% e si applica sulla somma del costo industriale e delle accise. Questo genera il già citato effetto “tassa sulla tassa“: se il prezzo del petrolio sale, aumenta anche l’incasso dello Stato in termini di IVA, pur senza variazioni di aliquota.
PRO:
- Equità relativa: ridurre l’IVA (o applicare un’accisa mobile che compensi l’extra-gettito IVA) impedisce allo Stato di “lucrare” sull’inflazione energetica causata dalla crisi in Iran.
- Effetto proporzionale: più il prezzo sale, maggiore è il risparmio nominale per il cittadino rispetto a un’aliquota piena.
CONTRO:
- Vincoli europei: l’IVA è regolata da direttive UE. Scendere sotto certe soglie (come l’aliquota minima del 5% o ridotta del 10%) richiede iter burocratici complessi con Bruxelles e non è sempre discrezionale per il singolo Stato.
- Gettito variabile: per lo Stato è più difficile prevedere le entrate, poiché dipendono totalmente dalla volatilità del mercato.
VERDETTO FINALE: MEGLIO RIDURRE LE ACCISE O L’IVA?
In base a considerazioni oggettive, la soluzione tecnicamente più equilibrata sarebbe la cosiddetta “accisa mobile”, che è poi quella a cui il Governo stava pensando prima di metterla in ghiaccio.
Perché? Perché invece di modificare l’IVA (scontrandosi con i limiti UE) o tagliare le accise in modo indiscriminato, lo Stato può ridurre le accise di un importo pari all’extra-gettito IVA generato dall’aumento dei prezzi. In questo modo, il bilancio dello Stato rimarrebbe neutrale (non perderebbe i soldi previsti inizialmente), ma il consumatore verrebbe protetto dai picchi speculativi. Sarebbe in teoria la scelta più vantaggiosa perché bilancerebbe la tenuta dei conti pubblici con la protezione del potere d’acquisto, evitando che il fisco diventi un moltiplicatore dei danni della guerra.
Tuttavia non è tutto oro ciò che luccica. L’accisa mobile, considerato che l’extra-gettito viene calcolato solo sulla componente industriale del prezzo, garantirebbe, stando alle simulazioni, sconti di poco meno di 4 cent/litro sulla benzina e poco meno di 8 cent/litro sul diesel, compensando solo in parte l’aumento dei prezzi. Come evidenziato da Assoutenti, una riduzione di 5 centesimi di euro al litro comporterebbe, considerata anche l’IVA che pesa sulle accise, un risparmio da circa 3 euro su un pieno da 50 litri, pari a -73,2 euro su base annua ad automobilista. A cui va sommato l’effetto indiretto legato al contenimento dei prezzi dei prodotti trasportati su gomma. Troppo poco anche per Federconsumatori, che chiede una riduzione di 20 centesimi al litro per garantire risparmi diretti di circa 230 euro annui, e per l’Unione Nazionale Consumatori, secondo cui il taglio dovrebbe essere di almeno 10 centesimi.