Autostrada cinese
Cina emette CO2 a livelli record: politica e automotive mondiali si interrogano
Nonostante gli enormi investimenti cinesi nelle rinnovabili, la dipendenza dal carbone spinge le emissioni di CO2 verso vette inesplorate
Nonostante gli enormi investimenti cinesi nelle rinnovabili, la dipendenza dal carbone spinge le emissioni di CO2 verso vette inesplorate
Il grafico in basso delle emissioni annuali di CO2 (arriva a fine 2024, ed è il più recente) mostra una traiettoria che non lascia spazio a interpretazioni: la Cina ha staccato nettamente il resto del mondo, segnando un aumento vertiginoso che ha portato il Paese a superare, da solo, l’intero blocco delle nazioni sviluppate. Lo spiega su LinkedIn Francesco Valli, Sustainable Energy Production and Venture Capital. Questa tendenza, documentata da Our World in Data, solleva interrogativi sulla reale efficacia dei piani di decarbonizzazione globale, specialmente in un momento in cui l’industria automobilistica è al centro di una transizione ecologica forzata che sta cambiando il volto della mobilità e delle abitudini di consumo su scala planetaria.
COSA DICE IL GRAFICO
L’analisi storica delle emissioni della famigerata anidride carbonica rivela un panorama in continua evoluzione, che riflette i mutamenti economici e industriali degli ultimi tre secoli. Per gran parte del ‘900, gli Stati Uniti hanno detenuto il primato mondiale nelle emissioni, sostenendo una crescita che ha accompagnato la loro espansione industriale e il boom economico post-bellico. Solo a partire dall’inizio degli anni 2000 si è osservata una stabilizzazione e una lieve flessione, segnale di una graduale transizione verso modelli energetici meno intensivi. In netto contrasto, l’ascesa economica della Cina ha determinato una trasformazione radicale nel profilo emissivo globale.
Dagli anni ’90, la Cina ha registrato un’impennata drammatica, superando rapidamente gli States e consolidando la propria posizione di primo emettitore mondiale per volumi annuali. Parallelamente, l’India ha intrapreso un percorso di crescita delle emissioni coerente con il proprio sviluppo industriale, seguendo una traiettoria ascendente che la pone oggi tra i principali attori nel dibattito climatico internazionale. Invece, le nazioni europee – tra cui Germania, Regno Unito, Francia e Italia – presentano profili emissivi sensibilmente più bassi: il loro peso specifico è bassissimo, infinitesimale.
IL CONTRASTO TRA RINNOVABILI E CARBONE
È innegabile che Pechino stia puntando con decisione sulle energie rinnovabili, installando parchi eolici e fotovoltaici a un ritmo senza precedenti. Da evidenziare anche che la popolazione cinese è numericamente immensa. Tuttavia, il dato grezzo sulle emissioni di CO2 racconta un’altra storia, dove l’impiego massiccio e costante delle centrali a carbone per alimentare un apparato industriale sterminato continua a far schizzare i livelli di inquinamento verso l’alto.
La curva del grafico non accenna a flettere, evidenziando una contraddizione profonda tra le dichiarazioni d’intenti a favore della transizione energetica e la realtà operativa di un sistema che, per mantenere ritmi di crescita elevati, continua a dipendere da combustibili fossili ad alta intensità di emissioni. Comunque, gran parte delle emissioni cinesi deriva dalla produzione di beni destinati al mercato globale (Occidente incluso). La Cina è spesso definita la “fabbrica del mondo”: parte di quelle emissioni è, di fatto, il costo ambientale del consumo occidentale.

L’AUTOMOTIVE E IL PARADOSSO DEL GREEN DEAL
Questa situazione crea un cortocircuito evidente nel comparto automotive. Mentre l’Unione Europea insiste con il Green Deal e impone restrizioni severissime ai motori a combustione interna per abbattere le emissioni locali (pur incidendo pochissimo a livello globale), la Cina sembra procedere a una velocità differente, capace di volare via sul mercato mondiale dell’auto elettrica pur continuando a generare l’energia necessaria alla produzione con metodologie altamente impattanti. Il dubbio che sorge spontaneo, guardando i numeri, è se le strategie attuali siano sostenibili o se si stia creando uno squilibrio competitivo dove l’Occidente si carica di costi di decarbonizzazione mentre Pechino domina le nuove filiere industriali senza freni ambientali analoghi.
UN PROBLEMA DI NUMERI E DI SVILUPPO
Per una analisi corretta va detto che la CO2 è alta anche a causa dell’enorme numero di abitanti. La Cina conta oltre 1,4 miliardi di persone e una concentrazione produttiva che non ha eguali. Tuttavia, guardando il grafico, è evidente che l’impatto ambientale pro-capite è solo una parte dell’equazione. Ciò che preoccupa i mercati e i decisori politici è il volume assoluto delle emissioni, che oggi pone la nazione in una posizione di dominio statistico imbarazzante per qualsiasi accordo internazionale sul clima. Se il mondo punta a una reale riduzione, la variabile cinese è quella che, più di ogni altra, determina il successo o il fallimento di ogni iniziativa globale.
UNA COMPETIZIONE A DUE VELOCITÀ
Il futuro del mercato auto dipenderà dalla capacità di risolvere questo dilemma. Se il consumatore europeo è chiamato a pagare prezzi più alti per veicoli a zero emissioni locali, la produzione di tali veicoli – spesso basata su batterie che richiedono energia intensiva – avviene in contesti dove la CO2 non viene monitorata con la stessa severità. Siamo di fronte a una sfida di sistema: la Cina non solo guida la produzione di auto elettriche, ma controlla gran parte della catena di approvvigionamento delle materie prime, rendendo il mondo intero dipendente dalle sue scelte. È un paradosso che mette in discussione la logica stessa degli obiettivi di neutralità climatica fissati per il 2050.