Caro-carburanti: e se lo Stato tornasse ai prezzi imposti?

Caro-carburanti: e se lo Stato tornasse ai prezzi imposti?

Il governo Meloni fa pressione sulle compagnie affinché i prezzi dei carburanti scendano. Di qui, la nostra domanda provocatoria: non sarebbe meglio tornare ai prezzi imposti dallo Stato?

 

Il governo Meloni fa pressione sulle compagnie affinché i prezzi dei carburanti scendano. Di qui, la nostra domanda provocatoria: non sarebbe meglio tornare ai prezzi imposti dallo Stato?

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9 Aprile 2026 - 11:30

Il nostro è un titolo provocatorio, anche perché l’Unione Europea vedrebbe di cattivo occhio un ritorno ai prezzi dei carburanti imposti dallo Stato come fino al 1998. Ma, considerato il contesto delicato, è il momento giusto per fare alcune riflessioni. L’intervento deciso del governo Meloni nel settore dei carburanti segna un punto di rottura nella gestione del mercato energetico nazionale. La convocazione urgente delle compagnie petrolifere da parte del ministro delle Imprese Adolfo Urso (che chiede alle società di abbassare i prezzi dopo la tregua USA-Iran, invero piuttosto fragile, che ha fatto crollare il barile di petrolio), la decisione di tagliare le accise col decreto Carburanti e quella di imporre la pubblicazione dei listini dei prezzi medi consigliati sui loro siti web (lo prevede lo stesso decreto Carburanti) rappresentano una risposta muscolare ai rincari. Sono misure dal sapore dirigista. Ed è proprio in questo clima di tensione tra istituzioni e produttori che si fa strada la provocazione del il ritorno alla fissazione dei prezzi di benzina e diesel da parte dello Stato. Una mossa che metterebbe fine a decenni di liberalizzazioni del 1999 riportando l’Italia a un modello di gestione centralizzata della risorsa energetica primaria (la Polonia, furbamente, ha introdotto una misura simile imponendo di recente un tetto massimo) .

IL TRAMONTO DELLA LIBERALIZZAZIONE E IL RITORNO AL PASSATO

Fino al 1998,  lo Stato esercitava un controllo diretto e rigoroso sui prezzi garantendo una stabilità che oggi appare come un miraggio. La frammentazione del mercato e la complessità della filiera hanno reso il consumatore finale vulnerabile alle fluttuazioni speculative rendendo necessari interventi governativi sempre più frequenti e invasivi. La pressione dell’esecutivo verso le compagnie riflette una profonda insofferenza sociale per un sistema che sembra non rispondere più alle logiche del bene comune. Se l’obiettivo della liberalizzazione era migliorare la concorrenza, con la corsa sfrenata dei prezzi verso il basso, qualcosa non ha funzionato. Come nel settore assicurativo RCA, d’altronde.

LA SFIDA DEL MINISTRO URSO E IL RUOLO DELLE COMPAGNIE

La convocazione delle compagnie petrolifere rappresenta un segnale inequivocabile della volontà del governo di esercitare una vigilanza stretta sui margini di profitto delle imprese. Il ministro Urso ha chiesto con forza che i prezzi vengano adeguati immediatamente al ribasso evitando che il beneficio fiscale venga assorbito dalla catena distributiva. L’obbligo di comunicazione dei prezzi introdotto dall’esecutivo mira proprio a rompere questo muro di opacità restituendo al cittadino il potere di monitorare in tempo reale quanto paga per ogni litro di benzina o gasolio. Il cittadino comune assiste a questo scontro con un misto di speranza e scetticismo avendo imparato sulla propria pelle che i tagli delle accise sono spesso temporanei e che i prezzi risalgono molto più velocemente di quanto scendano.

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L’ANTITRUST E IL NODO DELLA TRASPARENZA

Un aspetto cruciale della vicenda riguarda il parere dell’Antitrust in merito alla comunicazione obbligatoria dei prezzi medi. L’Autorità ha espresso riserve sulla misura temendo che la troppa trasparenza possa paradossalmente favorire fenomeni di allineamento dei prezzi verso l’alto annullando la concorrenza tra i diversi operatori. Tuttavia la realtà dei fatti parla di una giungla tariffaria dove il divario tra self service e servito raggiunge spesso cifre ingiustificabili. Il governo sostiene invece che solo attraverso una mappatura capillare e pubblica sia possibile colpire le speculazioni locali e nazionali. La resistenza dei petrolieri a questo tipo di monitoraggio viene letta da molti osservatori come un tentativo di coprire le tracce di profitti eccessivi realizzati in un momento di estrema difficoltà per l’economia nazionale e il settore automotive nel suo complesso.

IL MODELLO DEI PREZZI AMMINISTRATI COME SOLUZIONE PROVOCATORIA

Tornare ai prezzi di Stato significherebbe invertire la rotta di quasi trent’anni di politiche economiche europee e nazionali. In un regime di prezzi imposti il Ministero dell’Economia stabilirebbe settimanalmente o mensilmente il valore massimo di vendita eliminando la variabilità tra i distributori. I vantaggi sarebbero immediati in termini di prevedibilità della spesa per le imprese di trasporto e per i pendolari che oggi navigano nell’incertezza quotidiana. Questa soluzione estrema servirebbe a proteggere il potere d’acquisto degli italiani in una fase di transizione energetica ancora molto incerta e costosa. Il dibattito non riguarda più soltanto la convenienza economica ma la sovranità dello Stato su una risorsa strategica che determina l’inflazione e la competitività del sistema Paese.

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