Ungheria, Governo minaccia chiusura Gigafactory cinesi: “Inquinano troppo”
Ungheria-Cina: i siti manifatturieri di batterie finiscono sotto inchiesta. Le relazioni tra i due Paesi sono messe a dura prova dalle contestazioni ecologiche
Ungheria-Cina: i siti manifatturieri di batterie finiscono sotto inchiesta. Le relazioni tra i due Paesi sono messe a dura prova dalle contestazioni ecologiche
Tensione fra Budapest e Pechino per le Gigafactory cinesi in Ungheria. Il Governo locale accusa i produttori orientali: le fabbriche di batterie auto elettriche sono troppo inquinanti. Pertanto, o gli stabilimenti diventano più green o saranno adottate misure estreme, come la loro chiusura, è la minaccia riferita dalla Reuters. A “brandire il bastone” è il ministro dell’Ambiente ungherese László Gajdos, denunciando il mancato rispetto delle normative ambientali da parte di alcune aziende del Dragone.
UNGHERIA VS CINA PER LE GIGAFACTORY: LE COSE CAMBIANO IN FRETTA
È una svolta rispetto al passato: fino a marzo 2026, l’allora primo ministro magiaro Viktor Orbán aveva ottime relazioni con la superpotenza asiatica.
Da una parte, Budapest accettava volentieri la presenza di produttori auto cinesi, a beneficio di occupazione, indotto e PIL. Si tratta di investimenti esteri per 26 miliardi di euro provenienti da sudcoreani e cinesi: l’Ungheria come hub strategico in Europa.
Dall’altra, il Dragone godeva di agevolazioni particolari in terra ungherese, e sfruttava il costo ridotto dell’energia, per via del fatto che Budapest compra ingenti quantità di gas russo ultra low cost, grazie alla politica del leader di destra.
Dopo la sconfitta di Orbán alle elezioni ad aprile 2026, i rapporti fra Ungheria e Cina si stanno deteriorando, sino all’uscita pubblica di Gajdos sulle Gigafactory orientali.
Già a maggio, si era aperta una crepa con l’accusa al colosso BYD per una presunta violazione delle norme ambientali nel cantiere della sua fabbrica a Szeged: la prima avvisaglia del cambiamento voluto dal leader di centrodestra Péter Magyar.
LA CINESE SEMCORP SOTTO PRESSIONE
László Papp, sindaco di Debrecen, ha chiesto al produttore cinese di componenti per batterie Semcorp di lasciare la seconda città più grande dell’Ungheria, a causa delle recenti scoperte di inquinamento ambientale.
L’ufficio del governo regionale ha sospeso la licenza di produzione della società a fine giugno, dopo che le autorità hanno rilevato una contaminazione da alluminio su larga scala nei campioni d’acqua prelevati dai pozzi di monitoraggio attorno all’impianto. La dirigenza ungherese dell’azienda ha dichiarato di aver avviato un’indagine approfondita.
Gajdos è stato perentorio: “Dobbiamo ripristinare l’equilibrio tra sviluppo industriale e protezione ambientale. Negli ultimi 16 anni, tutto è sbilanciato“. E poi: “Chi vìola ripetutamente le normative, mettendo a rischio la salute e la sicurezza del popolo ungherese e ignorando le nostre leggi, non ha posto qui“.

I “MORSI” GREEN DI UE E UNGHERIA A PECHINO
La stretta di Budapest si inserisce in un quadro geopolitico continentale già fortemente surriscaldato. Con l’Unione Europea che ha progressivamente inasprito i dazi sulle importazioni di veicoli elettrici prodotti in Cina (si parla anche di tasse anti PHEV), per i costruttori asiatici la localizzazione industriale all’interno dei confini comunitari è un passaggio obbligato per non perdere quote di mercato.
L’Ungheria, che sotto la precedente amministrazione rappresentava una sorta di Eldorado, sta rapidamente trasformandosi in un terreno accidentato.
Il nuovo corso politico di Péter Magyar segna un cambiamento di 180 gradi. Per colossi come BYD, CATL e la stessa Semcorp, la sfida si giocherà sulla capacità di gestire il passaggio a un sistema di monitoraggio ambientale che parrebbe più stringente: ora Budapest si allinea in modo totale a Bruxelles sotto questo profilo.
ATTENTI A SVEGLIARE IL DRAGONE CHE DORME
Per ora, Pechino è silente. Ma si possono formulare ipotesi sulla scorta di un fatto preciso: quando la Cina si attiva, elabora una strategia e la mette in atto con una tenacia e una rapidità quasi senza pari al mondo. Vedi l’aggiramento dei dazi BEV che ha sorpreso i burocrati UE.
Primo. Il Governo cinese potrebbe decidere di congelare o reindirizzare i futuri immensi flussi di investimento verso Paesi europei geopoliticamente più stabili o disposti a offrire garanzie normative.
Secondo. Il Regno di Mezzo detiene il monopolio sulle materie prime critiche necessarie per la transizione ecologica (come terre rare e litio raffinato): potrebbe stringere i rubinetti delle forniture verso le aziende basate in Ungheria. L’accesso privilegiato alle catene del valore asiatiche non è un diritto acquisito, ma il risultato di una cooperazione politica.