Paradosso auto Made in UE: farà più danni alla giapponese Toyota che ai cinesi
L’Industrial Accelerator Act dell’UE rischia di avere sgradevoli effetti collaterali: pensato per arginare i costruttori cinesi, potrebbe penalizzare Toyota
L’Industrial Accelerator Act dell’UE rischia di avere sgradevoli effetti collaterali: pensato per arginare i costruttori cinesi, potrebbe penalizzare Toyota
Con la strategia dell’auto Made in UE, Bruxelles vuole colpire la Cina: per paradosso il rischio è che la burocrazia europea faccia danni alla giapponese Toyota. Questo possibile guaio di natura tecnica e amministrativa, evidenziato da Autonews, nasce dall’Industrial Accelerator Act, il piano di riservare i sussidi per auto elettriche ai soli modelli prodotti in prevalenza sul territorio continentale. Uno scudo normativo a difesa dell’industria verde del Continente. La bozza di regolamento mira a condizionare incentivi statali, agevolazioni fiscali e contratti di appalto pubblico al rispetto di rigidi requisiti di contenuto locale: per accedere ai benefici, una BEV dovrebbe integrare una quota elevata di componenti realizzati all’interno del blocco, con soglie ipotizzate fino al 70%.
AUTO MADE IN UE: TOYOTA COLPITA DA “FUOCO AMICO”?
Analisti di settore e addetti ai lavori evidenziano come la strategia della Commissione rischi di generare effetti collaterali opposti alle intenzioni ufficiali. Più che frenare l’avanzata dei costruttori cinesi, la misura minaccia di penalizzare pesantemente quei produttori storici che operano su scala globale con catene di fornitura altamente integrate, a partire da colossi giapponesi come Toyota.
SISTEMA INTEGRATO A LIVELLO GLOBALE
Per decenni l’industria automobilistica ha organizzato la propria impronta produttiva su scala internazionale, facendo leva su accordi di libero scambio, specializzazioni regionali ed efficienze di costo.
Qual è il pericolo se si introducono criteri stringenti basati sul Made in EU? I veicoli assemblati fuori dall’Unione o che utilizzano componenti chiave ad alto valore aggiunto (come pacchi batteria, inverter o moduli di trazione, perlopiù cinesi) provenienti da partner extra-UE rischiano di restare esclusi da ecobonus e vantaggi fiscali.

LA VELOCISSIMA CINA GIOCA D’ANTICIPO
Prevedendo da tempo l’innalzamento di barriere commerciali e dazi doganali nei mercati occidentali, i principali Gruppi auto cinesi e i grandi produttori di batterie hanno da tempo pianificato una forte presenza diretta in Europa. BYD, Chery e Great Wall Motor, insieme a giganti delle batterie come CATL, stanno già investendo miliardi di euro nella costruzione di impianti di produzione e Gigafactory in Ungheria, Spagna, Slovacchia e Polonia.
La realizzazione di ecosistemi produttivi verticalmente integrati sul suolo europeo potrebbe permettere ai modelli cinesi di nuova generazione di superare senza difficoltà la soglia del 70% di contenuto locale. Così, mentre l’IAA punta a sbarrare la strada alle importazioni, le aziende cinesi si trovano già all’interno del mercato comune, forti di costi di produzione contenuti e di filiere locali già conformi alle nuove disposizioni.
Come Pechino ha escogitato la soluzione anti dazi UE sulle elettriche del 2024 (produrre in loco) e ha già la contromossa per eventuali dazi PHEV, allo stesso modo il Made in Europe non sarebbe un ostacolo per il Dragone.
UNA RAGNATELA DI REGOLE GREEN
L’UE è entrata nella spirale del Green Deal con ban termico 2035 e adesso le è difficile uscirne. Bruxelles pare intrappolata nel perimetro normativo da essa stessa creato. Stringe le maglie dei sussidi con vincoli burocratici che frenano i marchi tradizionali ma non spaventano chi controlla le catene di fornitura dell’elettrico. L’incertezza sulle regole del gioco è un peso sia per i costruttori sia per i cittadini, frenati nelle decisioni di acquisto.