L'innovazione auto costa miliardi di dollari che potrebbero andare in fumo

Gli analisti lanciano l'allarme-nazionalismo: gli ostacoli alla circolazione delle persone fanno perdere miliardi all'innovazione auto

7 novembre 2017 - 17:03

Molti antropologi pensano che l'antica Età dell'Oro, un mito universale, sia un antichissimo ricordo di quando gli uomini erano cacciatori-raccoglitori nomadi. Gli insediamenti stanziali e l'accumulo di oggetti e ricchezze hanno poi imposto la costruzione di mura e dogane, in seguito ridotte per la spinta del commercio globale. La crescente ondata dei nazionalismi e dei protezionismi sembra un ritorno ai dazi (leggi delle case tedesche che fanno gruppo per avere dazi più bassi verso gli USA) e ai visti d'ingresso ma gli analisti lanciano l'allarme: i muri ostacolano l'innovazione auto e possono costare miliardi.

SENTIAMO GLI INNOVATORI Per saperne di più si potrebbe chiedere alle aziende che spendono di più in ricerca e sviluppo: un campione di 1.000 potrebbe andar bene… Troppo complicato? Per fortuna Pricewhaterhouse Coopers (PwC) ha fatto per noi questo lavoro, sondando gli esponenti delle 1000 aziende quotate che investono di più al mondo, e il responso è che il 52% degli intervistati ritiene che il movimento verso il nazionalismo economico avrà un impatto negativo quantificato “da moderato o significativo” sulle loro attività di Ricerca & Sviluppo.

È da notare che quasi un terzo delle imprese intervistate ha già avvertito qualche difficoltà, probabilmente causate da eventi come la Brexit e la presidenza di Donald Trump, che ha condotto una campagna elettorale all'insegna dell'America First (leggi che Daimler ritiene improbabile una tassa sulle auto importate).

STRATEGIE ALTERNATIVE La società di consulenza ha inoltre invitato le Aziende a predisporre piani di emergenza, poiché tali politiche “colpiranno al cuore” il loro modus operandi, come dichiarato da Barry Jaruzelski, principal in PwC e curatore dello studio. La spiegazione è lineare: i progetti di R & D automobilistici coinvolgono spesso più Paesi e, in considerazione degli ingenti investimenti messi in campo e dei tempi occorrenti, non possono essere modificati velocemente.

Jaruzelski spiega infatti che “la struttura e la scala dello sviluppo di nuovi veicoli rendono lo sviluppo stesso potenzialmente più vulnerabile rispetto ai cambiamenti che dovessero eventualmente accadere”. Valutando la vulnerabilità dell'R & D delle diverse aree geografiche, PwC mette al primo posto proprio gli Stati Uniti, che hanno il Net Risk Index (NRI) più negativo, pari a – 31,7. I dirigenti delle industrie USA, in pratica, pensano che il Paese avrebbe molte difficoltà se le frontiere venissero chiuse o comunque rese meno “permeabili” alle idee, alle persone e alle cose (leggi del centro ricerche di Jaguar Land Rover negli USA). Piccolo inciso: i dati del Migration Policy Institute USA dicono che gli immigrati negli States sono il 16,9% della forza lavoro totale ma hanno il 32% delle posizioni relative a computer e matematica e il 24% di quelle inerenti le altre scienze e l'ingegneria,. A seguire vengono Regno Unito (NRI – 20,8), Cina (- 17,4), Messico (- 5,0) e India (- 3,2).

ZAPPA SUI PIEDI? Jaruzelski dettaglia la tesi spiegando che: “gli Stati Uniti sono molto dipendenti dai talenti, cosa che è propria anche del Regno Unito. Il rischio per la Cina ha invece un'origine molto diversa perché più centrato sul flusso di denaro che arriva per progetti di R & D aziendale: questi investimenti stranieri sono l'80% del totale”. Nel Regno Unito, in particolare, la Brexit non solo ha influenzato il numero degli studenti dei settori tecnici che vogliono studiare nelle rinomate università britanniche ma potrebbe potenzialmente “compromettere l'attrattività del Regno Unito come luogo dal quale servire, dal punto di vista dell'R & D, più paesi europei perché potrebbe essere più difficile muoversi da e verso l'Europa” (leggi del diversivo alla Trump che salverebbe le auto dalla Brexit).

I Paesi più virtuosi in questo senso sono invece Australia (NRI di 1,6), Francia (1,8), Germania (2,0) e Canada (2,7). Le contromisure sono ovviamente possibili: Jaruzelski cita per esempio la creazione di più “nodi” R & D, dislocati in varie aree, ben strutturati e autosufficienti per quel che riguarda la capacità e il processo decisionale. Gli effetti collaterali sono anch'essi presenti ed evidenziati da Jaruzelski: “Questo porterà a duplicazione delle risorse, in particolare di figure senior in grado di agire come direttori tecnici: un'azienda globale dovrà averne, per esempio, nel nodo degli USA, in quello asiatico e in quello europeo qualora gli spostamenti di questi talenti fossero difficili. Questo aumenterà le capacità in ogni nodo, così come le ridondanze, i costi e probabilmente anche la quantità di lavoro”.

INVESTIRE IN R & D Vediamo, per finire, chi sono i maggiori investitori in R & D: al top c'è Amazon (spende 16 miliardi di dollari nel 2017, pari all'11,8% del fatturato), seguita da Alphabet (13,9 miliardi, pari al 15,5%) e Intel (12,7 e 21,5% rispettivamente). La prima Casa automobilistica è Volkswagen (al 5° posto con 12,1 mld e 5,3%) seguita da Toyota (11a, con 9,3 mld e 3,8%), GM (13a, 8,1 mld e 4,9%), Ford (15a, 7,3 mld e 4,8%), Daimler (16a , 6,9 mld e 4,2%) e Honda (19a, 6,2 mld e 4,9%). Le altre Case sono più indietro perché fatturano di meno ma la percentuale dedicata all'R & D è simile con alcune eccezioni: FCA destina solo il 2,9% mentre Tesla balza all'11,9%, la più alta del settore; rilevanti le aliquote dei componentisti: DENSO è al 9,0%, Delphi ha il 7,2%, Continental 7,0% e Valeo ha il 5,8%.

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