Le previsioni sbagliate sulle auto elettriche smentite dalle vendite

Il mondo dell'auto ha da sempre confidato sulle previsioni dei Costruttori sulle auto elettriche. Obiettivi non ancora raggiunti o raggiunti solo a metà

23 marzo 2019 - 8:51

Le auto elettriche non sono una novità, i primi modelli prodotti da Case importanti risalgono ai primi anni Novanta, vale a dire dalle “seconde” domeniche a piedi, quelle introdotte dopo l’austerity degli anni Settanta. Da allora ogni anno sembrava essere quello buono per la svolta, invece le statistiche confermano che alla fine del 2011 le immatricolazioni in Italia si erano fermate a quota 307 veicoli, con una quota dello 0,02 per cento. All’inizio la responsabilità era attribuita alla tecnologia utilizzata per le batterie e pareva che il passaggio da quelle più tradizionali a quelle al Nichel-metallo idruro, in uso fino al 2016 avrebbe dato un impulso al mercato. Invece le vendite si sono mantenute su livelli percentuali inferiori allo 0,1 per cento, con il secondo zero dopo la virgala sparito solo alla fine del 2017, dopo un 2016 che è risultato addirittura in contrazione. Qualcosa è cambiato con la diffusione della tecnologia al litio e il 2018 può essere classificato come l’anno dei record con 4.996 auto elettriche vendute, ed è prevedibile che i bonus introdotti (ma ancora tutti da scoprire) possano dare un ulteriore impulso nella stagione appena iniziata. Anche in questo caso, però, la prudenza è sempre d’obbligo visto che alcuni limiti oggettivi restano, a cominciare dai prezzi, non alla portata di tutti.

TECNOLOGIE SECRETATE DAI COSTRUTTORI

Gli annunci non rispettati in termini di volumi di vendita non sono tuttavia gli unici legati al settore dei veicoli elettrici, che più di altri si prestano al sensazionalismo che deriva dall’aspettativa di una tecnologia tutta da scoprire, e in buona parte ancora da costruire. Ultima in ordine di tempo è la notizia che Anton Piëch, nipote di Ferdinand che per 13 anni ha guidato il Gruppo Volkswagen (nonché discendente della dinastia dei Porsche) abbia presentato all’ultimo Salone di Ginevra un’auto elettrica sportiva che si ricarica all’80 per cento in 4 minuti e 40 secondi, assicurando un’autonomia di 500 km, ha fatto il giro del mondo. Della tecnologia utilizzata per ottenere questo risultato non è stato detto molto, si è semplicemente parlato di un dispositivo di raffreddamento ad aria delle batterie, più leggero di quelli a liquido e in grado di evitare il surriscaldamento in fase di ricarica.

L’IMBUTO DELLE AUTO ELETTRICHE

Vuol dire che un piccolo costruttore ha risolto tutti i problemi tipici delle auto elettriche, che in questo modo sono perfettamente allineate a quelle convenzionali? Risulta piuttosto difficile da credere, vista la totale assenza di informazioni. Sembra più verosimile che questa notizia vada ad aggiungersi alle numerose bufale o verità nascoste che da sempre avvolgono il mondo dell’automotive a “emissioni zero”. Purtroppo si tratta di un costume diffuso: non si prendono in considerazione i reali e tangibili progressi delle tecnologie convenzionali, mentre si prende per buono tutto quello che fa parte di una tecnologia alla quale è stata concessa un’apertura di credito sulla fiducia. I tempi di ricarica dei veicoli elettrici sono direttamente proporzionali alla capacità delle batterie, dalle quali dipende l’autonomia, a sua volta legata al peso complessivo del veicolo. I limiti da superare sono da ricercare nell’imbuto che l’energia elettrica deve superare per passare dalla rete all’accumulatore, molto più stretto di quello che per esempio devono superare GPL o metano per rifornire i veicoli bifuel. Se si aumenta la potenza delle colonnine andando ben oltre quella della rete domestica i tempi (ma non certo i costi) si riducono, ma al momento eguagliare la durata di un pieno di benzina o gasolio rimane un’utopia.

TEMPI DI RICARICA PIU’ IMPEGNATIVI

La testimonianza più chiara è quella che arriva da Tesla, un costruttore che ha fatto dell’elettrico la sua crociata. Si dice che una Model S si possa ricaricare in mezz’ora, ma l’informazione completa è questa: in 30 minuti circa si può rigenerare un’autonomia prossima ai 270 km, ma soltanto utilizzando le colonnine dedicate Testla Supercharger 120 kW. Altrimenti le tempistiche corrette sono ben diverse, servono più di 6 ore con un collegamento a una presa da 16A alimentata a 400 V, che salgono a 19 ore utilizzando una connessione a 16A e 230V, per arrivare a circa 30 ore usando una normale presa di corrente casalinga, da 10A e 230V.

LA RICARICA IN FRENATA

Quelle relative alle ricariche non sono le uniche verità da prendere con le pinze in questo mondo ancora tutto da scoprire. Del tutto aleatorie sono le dichiarazioni dei costruttori in materia di consumi, e di conseguenza di autonomie. Lo scandalo legato ai trucchi impiegati in fase di omologazione delle auto tradizionali per rientrare nei limiti sempre più severi in termini di emissioni inquinanti o climalteranti ha portato a nuovi metodi di rilevamento, più in linea con l’uso quotidiano di un veicolo. Le auto elettriche rappresentano ancora un’eccezione, e i valori dichiarati sono praticamente impossibili da replicare nella guida reale. Perché i veicoli di questa categoria richiedono uno stile di guida dedicato, riducendo al minimo l’uso dei freni. Infatti è vero che in fase di arresto si rigeneri energia, ma le quantità prodotte sono sensibilmente più basse di quelle sprecate per raggiungere un’andatura superiore a quella realmente necessaria. Senza dimenticare che l’utilizzo di ogni servizio elettrico influisce direttamente sui consumi. La stessa cosa avviene anche con un’auto a benzina, ma gli effetti sono meno tangibili perché se l’autonomia si riduce è molto più facile trovare un distributore di carburante che una colonnina di ricarica.

PRESUNTA SOSTENIBILITA’

Tra le verità parziali in tema di elettrico c’è il discorso relativo all’impatto ambientale, che è dato per appurato sia pari a zero. La totale assenza di emissioni dirette è reale sono il movimento, rispetto a una vettura con motore a scoppio, è il perché è evidente, le auto a batteria non hanno un impianto di scarico. Se però si risale alla fonte si scopre che le emissioni più prossime allo zero possono essere quelle ottenute dalla produzione di elettricità tramite pale eoliche o con turbine idroelettriche. Ma la realtà è ben diversa esolo in Europa più del 40 per cento dell’energia proviene da combustibili fossili, e mentre la richiesta cresce del 16 per cento, i volumi della corrente derivante da energie rinnovabili scende del 2,8 per cento. Per non parlare della Cina, dove la quasi totalità è fornita da centrali a carbone. Ciò significa che una ricarica può costare molto più in termini di CO2 o di polveri sottili liberate nell’aria di quanto possa fare un’auto diesel Euro 6 di ultima generazione che copra la stessa distanza.

IL BOOM DELLE BATTERIE DA SMALTIRE

Ci sono poi le ipotesi legate allo smaltimento delle batterie arrivate a fine vita, un problema che si presenterà quando la diffusione delle auto elettriche raggiungerà livelli superiori a quelli attuali. Che nell’ultimo anno sono cresciuti di circa 5.000 unità, vale a dire meno di quanto le auto “normali” crescano mediamente in un solo giorno in Italia. Si parla di progetti che consentano di riutilizzare i pacchi di accumulatori per immagazzinare energia prodotta durante il giorno dai pannelli solari delle case, per dare vita una volta a regime a un sistema di connessione e interscambio tra abitazioni e mezzi di trasporto. Ma proprio perché si tratta di ipotesi sono soluzioni ancora allo stato sperimentale, e attualmente non disponibili.

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