Industrial Accelerator Act UE: sarebbe oro per l’auto, ma restano tre problemi

Industrial Accelerator Act UE: sarebbe oro per l’auto, ma restano tre problemi

Il piano europeo per la manifattura promette di rilanciare la filiera automotive, ma sconta ritardi cronici su tempi e regole

 

Il piano europeo per la manifattura promette di rilanciare la filiera automotive, ma sconta ritardi cronici su tempi e regole

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24 Aprile 2026 - 08:00

L’Industrial Accelerator Act rappresenta la risposta strategica di Bruxelles per invertire il declino manifatturiero e proteggere settori chiave come quello automobilistico: attraverso una politica industriale più aggressiva, l’Unione Europea punta a riportare la produzione del valore aggiunto entro i propri confini, favorendo la transizione verso la mobilità elettrica e sostenibile. Tuttavia, nonostante le ambizioni elevate, il provvedimento si scontra con una realtà operativa complessa che rischia di vanificarne l’efficacia immediata. Le criticità emerse riguardano principalmente la definizione vaga degli standard ambientali e la protezione del mercato interno, elementi che lasciano le imprese del settore auto in una zona d’ombra normativa pericolosa per gli investimenti.

IL QUADRO NORMATIVO E LE AMBIZIONI DEL PIANO EUROPEO

L’introduzione dell’Industrial Accelerator Act segna un momento di svolta per la politica industriale del continente, cercando di integrare resilienza e decarbonizzazione. Per il comparto automotive, questa normativa potrebbe rappresentare un volano senza precedenti, stimolando la creazione di una filiera integrata delle batterie e dei componenti critici. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: portare la manifattura al 20% del PIL europeo entro il 2035. Per riuscirci, il piano prevede strumenti per rafforzare la competitività e snellire le procedure per le amministrazioni.

Ma proprio la forza di questi strumenti è oggetto di discussione tra gli esperti del settore. Se da un lato la direzione è condivisa, dall’altro manca una chiarezza operativa che permetta alle imprese di pianificare cicli industriali che durano decenni, fa notare Elettrico Magazine. La transizione ecologica richiede certezze che, al momento, l’atto non sembra garantire in modo definitivo, lasciando aperti interrogativi sulla reale capacità di attrazione dei capitali necessari per la trasformazione verde.

IL NODO DEI CRITERI LOW CARBON E IL RISCHIO EFFICIENZA

Un primo grande ostacolo è rappresentato dalla definizione dei criteri low-carbon, che il think tank ECCO definisce ancora poco definiti. Molte delle regole tecniche sono state rinviate a normative successive, come la Construction Products Regulation e l’Ecodesign for Sustainable Products Regulation: questo rinvio crea un vuoto normativo che penalizza chi deve investire oggi in nuove tecnologie. Senza una traiettoria chiara di crescita delle quote minime di mercato per i prodotti a basse emissioni, il rischio è che il mercato resti bloccato.

Inoltre, i requisiti di contenuto locale, se non calibrati con estrema precisione, potrebbero produrre l’effetto opposto a quello sperato. Invece di premiare l’eccellenza tecnologica europea, potrebbero finire per proteggere attività poco efficienti, frenando l’innovazione proprio nei segmenti dove l’Europa dispone di vantaggi competitivi reali. Per l’auto, questo significa rischiare di produrre componentistica obsoleta a costi elevati, perdendo terreno rispetto ai giganti asiatici e americani.

Industrial Accelerator Act UE, sarebbe oro per l’auto, ma restano tre problemi

LE INCOGNITE SUL MADE IN EU E LE DEROGHE PERICOLOSE

La società di consulenza Wood Mackenzie ha sollevato dubbi pesanti sulla definizione di Made in EU. Attualmente, l’etichetta si estende anche a Paesi con accordi di libero scambio, riducendo di fatto l’effetto di protezione industriale. Per il settore auto, questo significa mantenere un’esposizione elevatissima alle importazioni di materie prime e componenti da aree extra-UE. A peggiorare la situazione intervengono le clausole di esenzione: i requisiti di sostenibilità possono essere ignorati se i costi superano una soglia del 25% o in caso di carenza di offerta.

Le deroghe rischiano di trasformare gli obblighi in semplici opzioni, rendendo la normativa un guscio vuoto: se un produttore può aggirare i limiti di emissioni semplicemente invocando un costo superiore, l’intero impianto di sostenibilità dell’atto viene meno, lasciando le aziende europee più virtuose in una posizione di svantaggio competitivo rispetto a chi utilizza forniture meno green ma più economiche.

IL FATTORE TEMPO E LA SFIDA DELLA COMPETIZIONE GLOBALE

Il tempo è forse il nemico più temibile per l’industria automobilistica: il rinvio di 3 anni per l’applicazione di requisiti stringenti su fotovoltaico e batterie è considerato un errore strategico. Entro il 2029, anno in cui dovrebbero scattare le norme più dure, il contesto globale sarà profondamente mutato. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha espresso preoccupazione per questo orizzonte temporale, ritenendo non sostenibile attendere così a lungo per introdurre gli standard Made in Europe.

In un settore dove i progressi tecnologici avvengono ogni 6 mesi, attendere anni significa consegnare il mercato ai competitor di altri continenti: la frammentazione dei mercati dei capitali e l’alto costo dell’energia in Europa sono problemi strutturali che l’Industrial Accelerator Act non affronta pienamente. Senza un intervento rapido e mirato, l’industria automobilistica europea rischia di trovarsi con una legge eccellente sulla carta, ma arrivata troppo tardi per salvare le proprie linee di produzione dalla desertificazione industriale.

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