Biocarburanti: multa dell’Antitrust di 937 milioni di euro a 6 società

Biocarburanti: multa dell’Antitrust di 937 milioni di euro a 6 società

Sanzioni per quasi un miliardo di euro alle principali compagnie petrolifere italiane, contestata un’intesa sui prezzi dei biocarburanti

 

Sanzioni per quasi un miliardo di euro alle principali compagnie petrolifere italiane, contestata un’intesa sui prezzi dei biocarburanti

30 Settembre 2025 - 12:30

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) ha concluso un’istruttoria durata oltre tre anni nei confronti di sei tra le più rilevanti compagnie operanti in Italia: Eni, Esso, Ip, Q8, Saras e Tamoil. Secondo l’Antitrust, tali società avrebbero attuato una pratica anticoncorrenziale relativa alla determinazione dei prezzi dei biocarburanti. La vicenda riguarderebbe un presunto cartello operativo dal 1° gennaio 2020 al 30 giugno 2023.

LE MULTE ANTITRUST PER IL CASO BIOCARBURANTI

L’Agcm ha irrogato sanzioni complessive per 936,6 milioni di euro, distribuite tra le sei società in misura proporzionata alle rispettive quote di mercato. In particolare, Eni sarebbe stata colpita dalla multa più elevata, pari a oltre 336 milioni di euro, seguita da Q8 (172 milioni), Ip (163 milioni), Esso (129 milioni), Tamoil (91 milioni) e Saras (43 milioni). Altre due società, Iplom e Repsol, sono state invece escluse dal procedimento dell’Autorità Garante.

L’IMPATTO PER I CONSUMATORI DA 20 A 60 EURO /MC

Al centro del procedimento vi sarebbe la cosiddetta “componente bio”, cioè la quota di carburante derivante da biomasse, oli riciclati o fonti vegetali. Introdotta nel 2006 come obbligo normativo, questa componente avrebbe inciso in modo rilevante sul prezzo finale di benzina e gasolio. L’Agcm ha rilevato che il valore della componente sarebbe passato da circa 20 euro/mc nel 2019 a 60 euro/mc nel 2023, con un conseguente aggravio dei costi a carico dei consumatori.

IL PRESUNTO SCAMBIO DI INFORMAZIONI

Secondo l’Autorità Antiturst, le compagnie avrebbero coordinato i propri comportamenti attraverso lo scambio diretto o indiretto di informazioni, anche tramite pubblicazioni specialistiche come la “Staffetta Quotidiana”, giornale di settore. In 16 articoli analizzati, come riporta anche confconsumatori, il prezzo della componente bio sarebbe stato riportato con riferimento alle indicazioni fornite dalle imprese. Questo meccanismo avrebbe facilitato rialzi simultanei e giustificati come inevitabili aumenti di costo. Le società coinvolte, tuttavia, potrebbero contestare le accuse nelle sedi opportune, rivendicando la correttezza delle proprie condotte e la replica di ENI non si è fatta attendere.

LA REPLICA DI ENI

In una nota ufficiale, Eni ha espresso il più fermo dissenso e la profonda sorpresa per le conclusioni dell’Agcm, ritenendo l’impianto accusatorio artificioso e privo di fondamento. La società ha sottolineato di avere sempre garantito piena collaborazione e trasparenza durante l’istruttoria, contestando che le comunicazioni interne possano essere considerate collusive.

“L’AGCM ignora le evidenze emerse nel corso dell’istruttoria, che dimostrano come Eni e gli altri operatori abbiano sempre agito in autonomia e spesso in disallineamento, così come infondate risultano anche le valutazioni riguardo alla pubblicazione dei prezzi sulla stampa di settore, dato che le informazioni relative alla variazione dei prezzi della componente bio erano già note al mercato e, quindi, non in grado di condizionare le dinamiche concorrenziali. La decisione dell’AGCM appare, peraltro, ancora più paradossale se si considera che riguarda una componente, imposta da obblighi normativi, che incide solo per pochi centesimi al litro sul prezzo al consumo del carburante e colpisce ingiustificatamente condotte commerciali corrette e trasparenti, disincentivando l’efficienza e l’innovazione in un settore strategico per il Paese.”

La società Eni ha annunciato che tutelerà le proprie ragioni e la propria immagine in tutte le sedi competenti, ricordando il precedente caso Diesel+, conclusosi con l’annullamento della sanzione da parte del Consiglio di Stato dopo 5 anni.

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