Auto benzina e diesel: stop nel 2035, l’Italia si adegua all’UE

Auto benzina e diesel: stop alla vendita in UE nel 2035 a vantaggio delle sole auto elettriche e a idrogeno, e l'Italia annuncia ufficialmente che si adeguerà

10 dicembre 2021 - 23:10

Stop nel 2035 alla vendita di auto benzina e diesel, ma anche di gpl, metano e ibride, comprese le plug-in. Ammesse solo auto elettriche e a idrogeno. Non è un’ipotesi campata in aria ma la proposta ufficiale della Commissione europea contenuta nel pacchetto clima ‘Fit for 55’, presentato lo scorso 14 luglio a Bruxelles e pensato per ridurre, entro il 2030, le emissioni di CO2 del 55% rispetto ai livelli del 1990, primo step verso il traguardo della neutralità carbonica da raggiungere nel 2050. Un termine decisamente breve (14 anni sembrano tanti ma volano) a cui l’Italia ha scelto di adeguarsi, come annunciato nella giornata, che oseremmo definire storica, del 10 dicembre 2021.

Aggiornamento del 10 dicembre 2021 dopo l’annuncio del phase out delle auto nuove con motore a combustione interna che in Italia dovrà avvenire entro il 2035.

AUTO BENZINA E DIESEL: STOP IN ITALIA ENTRO IL 2035, È UFFICIALE

In occasione della quarta riunione dei CITE, il Comitato interministeriale per la Transizione ecologica, i ministri della Transizione ecologica Roberto Cingolani, delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili Enrico Giovannini e dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, hanno definito le tempistiche di sostituzione dei veicoli con motore a combustione interna, stabilendo, in linea con la maggior parte dei Paesi avanzati (anche se recentemente la Germania si è messa un po’ di traverso), che il phase out delle automobili nuove con motore termico avverrà anche in Italia entro il 2035, mentre per i furgoni e i veicoli da trasporto commerciale leggeri sarà attuato entro il 2040.

Sottolineiamo che quello del CITE è un indirizzo ma non una decisione definitiva, che eventualmente dovrà passare dall’approvazione del Parlamento.

I tre ministri hanno comunque dichiarato che in tale percorso, che non sarà indolore perché si rischia la perdita di moltissimi posti di lavoro, occorrerà mettere in campo tutte le soluzioni funzionali alla decarbonizzazione dei trasporti in una logica di ‘neutralità tecnologica’ valorizzando, pertanto, non solo i veicoli elettrici ma anche le potenzialità dell’idrogeno. E riconoscendo, per la transizione, il ruolo imprescindibile dei biocarburanti, in cui l’Italia sta costruendo una filiera domestica all’avanguardia.

STOP AUTO BENZINA E DIESEL DAL 2035: COSA PREVEDE IL PIANO FIT FOR 55

Chiariamo subito che il pacchetto Fit for 55 dell’UE riguarda tutti i settori produttivi, non solo quello automobilistico. Ciò nonostante il trasporto su strada concorre all’inquinamento dell’aria con una percentuale molto forte, il 20,4% delle emissioni di CO2 nell’Unione, e pertanto necessita di un’attenzione particolare. La proposta della Commissione europea prevede di ridurre le emissioni medie delle auto nuove del 55% entro il 2030 e del 100% entro il 2035, rispetto ai livelli del 2021. Invece per i nuovi furgoni gli obiettivi di riduzione sono rispettivamente del 50% e del 100%. Questo significa che a partire dal 2035 tutte le autovetture e tutti i furgoni di nuova immatricolazione saranno a emissioni zero (precisiamo però che i veicoli già in circolazione continueranno a poterlo fare fino a fine vita).

DAL 2035 SOLO AUTO ELETTRICHE E A IDROGENO? SERVE MIGLIORARE LE INFRASTRUTTURE

Ovviamente un traguardo di tale portata non si ottiene semplicemente schioccando le dita o fissando una data. Il cambiamento, che sarà epocale, richiede un enorme sforzo di tutte le parti in causa, dalle istituzioni europee agli Stati membri e alle case costruttrici di veicoli, che sarà comunque ben supportato economicamente mediante la creazione di un Fondo sociale per clima dal valore di circa 10 miliardi di euro l’anno. In particolare, affinché nel 2035 sia davvero possibile vendere (e quindi produrre) esclusivamente auto elettriche e a idrogeno, il piano Fit for 55 prevede quanto meno il raggiungimento dei seguenti obiettivi:

– espandere la capacità di ricarica in linea con le vendite di auto a emissioni zero (1 kW per ogni auto elettrica immatricolata) e installare punti di ricarica e rifornimento a intervalli regolari sulle principali autostrade, più precisamente ogni 60 km per la ricarica elettrica e ogni 150 km per il rifornimento di idrogeno;

– prevedere punti di ricarica in parcheggi sicuri e protetti, nelle principali città e negli agglomerati posti sulla rete di trasporto transeuropea (nodi urbani), per consentire soprattutto la ricarica dei camion per le consegne urbane.

Tra le proposte del pacchetto clima c’è anche quella di alzare le imposte sui carburanti e, al contempo, diminuire quelle sull’elettricità. Col nuovo sistema, da applicare gradualmente a partire dal 2023, la tassazione minima sulla benzina passerebbe da 0,359 a 0,385 centesimi al litro, quella sul gasolio da 0,330 a 0,419 centesimi al litro. Per contro, le imposte minime sull’elettricità calerebbero da 1,00 euro a megawatt/ora a 0,58 euro.

AUTO BENZINA E DIESEL: STOP IN ITALIA ENTRO IL 2035, LA PREOCCUPAZIONE DI ANFIA

Naturalmente le reazioni all’annuncio del CITE riguardo il phase out entro il 2035 delle automobili nuove con motore a combustione interna non si sono fatte attendere. E per la maggior parte sono state reazione critiche.

ANFIA, l’associazione che rappresenta la filiera dell’industria automobilistica, ha dichiarato che l’orientamento del governo italiano ha sorpreso e messo in serio allarme le aziende del settore, nonché tutti gli imprenditori e le decine di migliaia di lavoratori che rischiano il posto a causa di un’accelerazione troppo spinta verso l’elettrificazione. A supporto di ciò ANFIA ha citato i dati di uno studio di CLEPA secondo cui la messa al bando dei motori a combustione interna al 2035 potrebbe causare, in Italia, la perdita di circa 73.000 posti di lavoro, di cui 67.000 già nel periodo 2025-2030. Perdite che le nuove professionalità legate all’elettrificazione dei veicoli non basteranno a compensare. L’associazione ha quindi chiesto al governo di ripensarci o, per lo meno, di dare delle certezze alla filiera definendo al più presto una roadmap italiana per la transizione produttiva e della mobilità sostenibile.

Perplessità anche dai sindacati: la FIM CISL ha infatti chiesto l’avvio, con Federmeccanica e le altre associazioni di settore, di un confronto urgente per condividere gli interventi necessari, anche sul piano contrattuale, al fine di tutelare il lavoro e le produzioni nelle transizioni.

Critiche anche dalle associazioni ambientaliste ma per il motivo opposto: considerano infatti troppo ‘morbida’ la linea del governo per aver posticipato al 2040 il phase out di furgoni e veicoli commerciali leggeri.

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