Uber sotto accusa: l'app furba può evitare i controlli

Uber può smascherare gli agenti ed evitare le trappole. Il caso della app furba è nato negli USA ma riguarda molti Paesi

8 marzo 2017 - 16:02

La mobilità sta cambiando in un'evoluzione che coinvolge un po' tutti: le Smart City, gli operatori di telecomunicazioni, i servizi di trasporto, pubblico e privato, e persino i Costruttori, che vedono in questo settore una possibilità di diversificazione del loro business. La guida autonoma e una certa disaffezione dei giovani potrebbero infatti portare, almeno nei Paesi occidentali, ad una contrazione del mercato che le Case pensano di combattere in varie maniere, ad esempio entrando direttamente nei servizi di condivisione dei veicoli (leggi di Volkswagen Moia per il carsharing intelligente). Parlando di questo come non pensare a Uber, il servizio di taxi via app operato da privati cittadini? Il colosso del settore si trova però oggi a dover fronteggiare accuse pesanti: un suo sofisticato sistema di controllo permetterebbe infatti di filtrare le chiamate-civetta delle Autorità destinate ad impedirne la diffusione nelle aree dove il servizio è proibito.

IL SISTEMA ANTICONTROLLO L'accusa è molto pesante: Uber sarebbe impegnata da anni in un programma mondiale per ingannare le Autorità nei mercati in cui il suo servizio low cost di taxi a chiamata è proibito. La condotta di Uber è apparsa spesso un po' “spigliata” ma se le rivelazioni del New York Times si rivelassero veritiere ci si troverebbe di fronte ad illeciti piuttosto gravi. Il sistema per filtrare le chiamate effettuate da agenti di controllo coinvolge un tool chiamato Greybal che utilizza dati, raccolti sia dalla app Uber sia messi insieme in altre maniere, per individuare e “ingannare” i funzionari che cercano di reprimere il servizio. Sembra che Uber utilizzasse questo sistema per eludere i controlli delle Autorità in città come Boston, Parigi e Las Vegas e in interi Paesi come l'Australia, la Cina e la Corea del Sud.

ANTI VIOLAZIONE O COSA? Il sistema Greyball faceva parte di un programma chiamato VTOS, abbreviazione di “Violation of terms of service”, che Uber aveva originariamente creato per estromettere persone che riteneva stessero usando il servizio in modo improprio. Greyball, che è stato usato a partire dal 2014 e che è ancora attivo prevalentemente al di fuori degli Stati Uniti, è stato approvato dai legali di Uber.

Un portavoce della stessa Uber ha fornito questa dichiarazione a Fortune: “Questo programma nega le richieste di corsa agli utenti fraudolenti che violano i nostri termini di servizio: persone capaci di azioni violente verso i guidatori, concorrenti che cercano di interrompere le nostre operazioni o avversari collusi con funzionari per tendere trappole ai nostri driver”. La prima evidenza del sistema risale al 2014, quando Erich England, un ispettore di Portland, Oregon (nella città il servizio è stato proibito), voleva smascherare il servizio perché già attivo anche se privo dei regolare permessi. Per costruire un caso contro la Società, gli ispettori si erano registrati come guidatori e, aprendo l'app di Uber, potevano osservare le icone delle auto muoversi verso potenziali clienti, dimostrando così l'esistenza del servizio. Ma si è poi scoperto che alcune delle vetture visualizzate non erano veicoli reali mentre gli effettivo piloti Uber si sono rapidamente cancellati dalla visualizzazione (leggi della multa milionaria inflietta a uber per pubblicità ingannevole).

AUTOMOBILI FANTASMA Questo perché Uber, grazie a Greyball, aveva etichettato England ed i suoi colleghi come ispettori della città, fornendo loro una versione “speciale” della app. Una delle tecniche usate per scoprire gli appartenenti alle Forze dell'ordine era quella di disegnare un “recinto digitale” (geofence) intorno agli uffici governativi delle città che monitoravano Uber. Le persone che aprivano e chiudevano frequentemente la app vicino a questi edifici venivano associate agli organi di controllo.

Altre tecniche per identificare gli ispettori erano il controllo delle carte di credito per verificare se esse erano legate alle banche cooperative della Polizia e persino le visite di dipendenti Uber nei negozi di elettronica per rilevare i cellulari più economici, spesso comprati in quantità dagli ispettori per per creare account civetta. Non mancavano poi ricerche sui profili di social media per acquisire informazioni on-line: questo e altro è stato dichiarato al New York Times, sotto anonimato, da quattro dipendenti Uber, alcuni fuoriusciti dall'Azienda, che hanno anche fornito documenti. Uber ha spiegato che Greyball è nato perché diversi autisti sono stati aggrediti fisicamente (leggi delle proteste dei tassisti di Roma contro Uber), ad esempio in Francia, India e Kenya, e il sistema avrebbe rimescolato le posizioni degli autisti veri, proteggendoli. La Società ha anche denunciato di essere stata vittima, per esempio a Tampa, in Florida, di accordi sottobanco tra le Autorità dei trasporti e le compagnie di taxi aziende per ostacolarla. In ogni caso i rapporti fra Uber e le Autorità sono spesso tesi: ricordate quando una sua vettura autonoma è passata con il rosso, un errore addossato al guidatore? È emerso che l'abbaglio è stato dell'auto, contraddicendo così la versione di Uber che, inoltre, ha in corso anche un contenzioso con Google (leggi di come Google e Uber si vedranno in tribunale per la guida autonoma).

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