Trans Pacific Partnership: il taglio sui dazi fa tremare i costruttori USA
L'accordo tra 12 Paesi vuole arginare lo strapotere della Cina sul mercato mondiale ma spiana anche la strada a chi saprà sfruttarlo meglio
L'accordo tra 12 Paesi vuole arginare lo strapotere della Cina sul mercato mondiale ma spiana anche la strada a chi saprà sfruttarlo meglio
L'accordo tra 12 Paesi vuole arginare lo strapotere della Cina sul mercato mondiale ma spiana anche la strada a chi saprà sfruttarlo meglio
I Ministri del Commercio di alcuni Paesi affacciati sul Pacifico hanno definito un accordo che ritenere epocale è forse riduttivo; in comune accordo hanno deciso un taglio ai dazi sulle importazioni delle merci leggere e tra esse sono comprese le automobili. Le implicazioni di tale accordo aprono degli scenari totalmente nuovi e potrebbero infondere energia e vitalità in alcuni mercati stranieri che al momento versano in condizioni di passiva staticità. La Trans Pacific Partnership viene fuori proprio quando le nubi oscure del Dieselgate Volkswagen accennano a diradarsi. Scopriamo assieme cosa cambierà per le Case costruttrici e, soprattutto, per i consumatori.
SENZA DAZI NASCERA' IL MEGA DUTY FREE DEL PACIFICO – I Paesi coinvolti in questo importante accordo sono una dozzina e da qualche giorno è iniziato il rush finale di consultazioni e negoziazioni per definire il corpus delle nuove norme sulle importazioni. Fino ad oggi infatti né il Congresso USA, né i Governi delle nazioni del Pacifico interessate, hanno ratificato alcunché. E' comunque facilmente immaginabile un epilogo “felice” per questa proposta, il cui principale effetto benefico sarà quello di far circolare con maggiore facilità merci, creando la più grande area di libero scambio del pianeta, quantificabile nel 40% dell'economia mondiale. La riduzione dei dazi sull'importazione cambierà quindi il livello di penetrazione di prodotti “stranieri” nei mercati e bilancerà il ruolo economico del colosso Cina, quest'ultimo al momento escluso dall'accordo. Alla base della Trans Pacific Partnership, oltre alle agevolazioni di tipo economico, si trova un importante patto di intesa sugli standard ambientali; verranno incentivate le attività volte a ricercare l'efficienza energetica, mentre verranno penalizzate e ostacolate quelle pratiche che tendono a scompensare o mettere a rischio gli equilibri del sistema. Le Nazioni che potrebbero ratificare a breve il patto sono, oltre agli Stati Uniti, il Canada, il Messico, il Cile, il Perù, il Giappone, la Malesia, la Repubblica di Singapore, l'Australia, la Nuova Zelanda, il Vietnam e lo Stato del Brunei.
I FURBETTI DELLA VALUTA SPAVENTANO DETROIT – La prospettiva di un mercato libero starà già solleticando gli operatori di tutti i settori produttivi, ma nel comparto auto la situazione potrebbe non essere così rosea, soprattutto per i produttori americani. E' sicuramente vero che per le auto made in USA si aprono gli orizzonti del mercato giapponese, ma, una volta attuato il Patto, i costruttori nipponici risulterebbero avvantaggiati e tenderebbero ad occupare una posizione predominante sul mercato; timori fondati se si considera la classifica JDPower 2015 delle auto migliori. Questa è l'opinione manifestata da politici americani, soprattutto repubblicani, e da rappresentanti dei principali brand automobilistici. Sulla Trans Pacific Partnership graverebbe l'ombra della cosiddetta “Currency Manipulation”, una tecnica finanziaria, scorretta, volta a falsare la “forza” di una valuta e alla quale Giappone e Cina sono avvezzi. Ford Motor Company ha perfino invitato l'amministrazione Obama, strenua promotrice del Patto, a rivedere l'accordo preliminare proprio per le preoccupazioni derivanti dalla Currency Manipulation. Rincara la dose anche il Deputato Repubblicano Debbie Dinger, esorcizzando l'accordo in quanto metterebbe a rischio posti di lavoro nell'industria automobilistica americana.
L'ENTUSIASMO DI OBAMA E LE PROSPETTIVE PER FCA – Al timore di vedere falciati i lavoratori del settore automobilistico risponde personalmente il Presidente Barack Obama in una intervista al Wall Street Journal di qualche mese fa: “Detroit (riferendosi ai tre primari costruttori FCA, Ford e General Motors) deve concentrarsi per potere produrre auto sempre più efficienti; gli americani amano guidare sulle highway auto di grossa cilindrata e amano ancor di più il carburante a basso costo, ma bisogna pianificare il futuro”. In un'altra occasione il Presidente USA ha motivato la necessità del taglio dei dazi all'importazione nell'area del Pacifico per frenare lo strapotere della Cina: “con un mercato così vasto al di fuori dei confini americani, non è possibile permettere che Paesi come la Cina dettino le regole dell'economica globale. Dovremmo scrivere queste regole, aprendo nuovi mercati ai prodotti americani, preservando i diritti dei lavoratori e salvaguardando l'ambiente”. La teoria di Mr. Obama reggerà fintanto che la Cina non deciderà di aggregarsi al Patto del Pacifico. In questo contesto così controverso la posizione di FCA potrebbe essere a cavallo tra promotori e detrattori della Trans Pacific Partnership; da un lato potrebbe subire le conseguenze della manipolazione delle valute, dall'altro potrebbe sfruttare i tagli ai dazi di importazione per aggredire le piazze orientali, approfittando di una corsia preferenziale, e trovare nuovi mercati per i marchi Alfa Romeo, Fiat e Lancia.