Subaru, consumi auto truccati per pigrizia. Il report delle indagini

I consumi di centinaia di auto Subaru truccati in peggio per l'immagine della qualità. Crolla il mito della perfezione giapponese?

2 maggio 2018 - 11:53

Non è passato molto da quando è esploso lo scandalo dei consumi truccati sulle auto Subaru che secondo alcune voci interne alle fabbriche sarebbero stati alterati in fase di test e controllo della qualità. Dal quartier generale Subaru partì tempestivo l'ordine di avviare un'indagine per fare chiarezza su un meccanismo di manipolazione dei consumi che nulla aveva a che vedere con l'omologazione delle auto e che sembrava anche sconosciuto ai top manager. Ora che le indagini si sono concluse Subaru ha potuto chiarire i dettagli della vicenda che negli ultimi anni ha coinvolto 903 auto costruite in Giappone dal 2012 al 2017, rimboccandosi le maniche anche per recuperare la fiducia nei clienti che hanno acquistato un'auto giapponese basandosi sulla tradizionale affidabilità e dedizione al lavoro che contraddistingue il Giappone. Ecco com'è andata.

903 AUTO ALTERATE, MA I SOSPETTI RISALGONO AL 2002 Per i lettori che non hanno seguito fin dal principio la vicenda in cui Subaru ha ammesso di aver alterato i consumi di alcune auto durante i controlli di qualità interni – leggi qui, facciamo un breve riepilogo della situazione. Il 22 dicembre 2017, il Ministero dei Trasporti giapponese (MLIT) ha richiesto a Subaru una relazione sulle accuse di alterazione dei consumi di carburante e di manipolazione dei dati sulle emissioni e di presentare una relazione. Il caso sarebbe esploso dopo che alcuni ex dipendenti hanno divulgato informazioni riguardanti una pratica utilizzata per aggiustare i risultati dei test di consumi ed emissioni nelle verifiche finali. L'inchiesta è stata condotta internamente da Subaru negli stabilimenti di Gunma e Yuajima e affidata a gruppo di investigatori guidato dal presidente del comitato di conformità alla ricerca di irregolarità nei test di conformità effettuati sulle auto dal 2012 al 2017. Secondo le risultanze emerse dall'indagine su 6939 auto solo 903 sono state interessate da aggiustamenti arbitrari dei tecnici responsabili. Dalla comunicazione ufficiale che ha diramato Subaru in queste ore però emerge che il trucco sia stato usato molto prima del 2012 – si parla di 2002 come anno di riferimento – ma non è stato possibile verificarlo.

DOVE E' NATO IL PROBLEMA Per capire meglio cosa ha spinto i tecnici ad alterare i risultati dei test di qualità bisogna sapere che come mezzo di controllo della qualità per il risparmio di carburante e le emissioni, all'interno degli stabilimenti Subaru vengono considerati i valori medi per un certo numero di veicoli o per un certo periodo di tempo, piuttosto che i risultati per ciascun veicolo e questi devono soddisfare gli standard interni di controllo della qualità. Tuttavia, gli ispettori impegnati nel campionamento sono stati istruiti dai loro superiori in modo che se i risultati per ciascun veicolo non soddisfacevano gli  standard, i valori di misurazione dovevano essere “adattati” standard e quindi alterati. L'aspetto più curioso secondo le dichiarazioni Subaru è che non sempre questo adattamento avveniva per migliorare le prestazioni delle auto sulla carta ma anche per peggiorarle, con lo scopo di ridurre la varianza dei dati e uniformare lo standard misurato di qualità e quindi non dover dare spiegazioni ai superiori.

IL MEA CULPA Nonostante Subaru abbia condannato una pratica inadatta all'immagine e alla filosofia del brand impegnandosi ad evitare il ripetersi di pratiche simili, ha anche tranquillizzato i clienti sostenendo che “pur considerando i valori peggiori rilevati realmente nei test di qualità, il risultato rientra sempre nei limiti di controllo di qualità interni poiché molto più severi di quelli standard” e che “non sono state apportate modifiche ai dati che richiederebbero ritiri o presentano altri problemi di qualità”. Nella nota ufficiale punta il dito contro una mancanza di consapevolezza dell'importanza del lavoro di ispezione, mancanza della coscienza normativa, comunicazioni e formazione inadeguate, debole attività di revisione e protocolli che lasciano discrezionalità. Di certo il mea culpa è sempre un segno di responsabilità e anche se con una portata totalmente diversa rispetto alla qualità tedesca caduta (leggi qui tutto sullo scandalo del dieselgate Volkswagen), ora anche un gigante dell'industria giapponese dovrà mettersi sotto per scrollarsi dalle spalle la polvere di questo piccolo terremoto interno.

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