Omicidio stradale: (forse) ora ci siamo

Il sottosegretario ai Trasporti, Erasmo D'Angelis, vuole introdurre pene più severe per chi causa incidenti in stato alterato da alcol o droga

18 novembre 2013 - 13:20

“La riforma del Codice della strada avrà come priorità la sicurezza e il sistema sanzionatorio cambierà radicalmente: non la passerà più liscia chi provoca incidenti mortali guidando in stato di ebbrezza o sotto gli effetti di droghe”: è perentorio il sottosegretario ai Trasporti, Erasmo D'Angelis. Che parla di un obbligo morale prima che politico: fermare le stragi sulle nostre strade. “Si prenderà in considerazione – ha detto il sottosegretario – il passaggio da omicidio colposo a omicidio stradale”.

UN REATO DI CUI SI PARLA DA TRE ANNI – A dire la verità, del nuovo reato di omicidio stradale si parla ormai dal 2010: per introdurlo, non stati sufficienti diversi disegni di legge presentati in parallelo in Parlamento. Per sintetizzare, qual era l'obiettivo comune di quei progetti? Semplice: in base all'attuale Codice della strada (collegato al Codice penale), nel caso di incidente mortale o con gravi lesioni fisiche provocato da un guidatore in pesante stato d'ebbrezza o sotto l'effetto di stupefacenti, è previsto il reato di omicidio colposo, cioè dovuto a imperizia, imprudenza, negligenza. Le pene per chi commette quel tipo di reato, secondo chi vuole sanzioni più dure, non rappresentano un deterrente efficace; prova ne siano anche i recenti sinistri per guida in stato alterato (va però detto che un incidente ha spesso più di una causa e le infrastrutture spesso non aiutano/perdonano). Con il nuovo reato di omicidio stradale, si creerebbe un reato di omicidio quasi volontario: anzitutto, la reclusione prevista sarebbe molto più estesa. E la patente verrebbe ritirata a vita.

CON DIVERSI PALETTI – Ovviamente, il reato di omicidio stradale si configurerebbe solo in casi certi e ben definiti. Sussisterebbe solo se la morte di una o più persone fosse determinata da una condotta di guida azzardata, tecnicamente accertata. In più, occorrerebbe la concomitante violazione di alcuni articoli del Codice della strada, quali la guida in stato di alterazione psicofisica (anche questo un punto suscettibile di diverse modifiche: per l'alcol, si parla di almeno 0,8 grammi per litro di sangue contro un limite di legge di mezzo grammo), gare in velocità, la guida in stato di ebbrezza, elevata velocità, non rispetto dei posti di blocco, passaggio col rosso, utilizzo di dispositivi elettronici alla guida (cellulari o navigatori), sorpasso azzardato (su dossi o in curva) e marcia contromano. Non sussiterebbe il reato di omicidio stradale qualora venisse accertato il concorso di colpa o si dimostrasse che – pure rispettando il Codice della strada – si sarebbe potuto verificare il decesso.

ALTRI PROBLEMI – Comunque, anche una volta approvato il reato di omicidio stradale, ci si troverà a dover lottare con un sistema giudiziario da Terzo mondo, in cui le cause durano spesso più di 10 anni e in cui il troppo spazio lasciato alla libera interpretazione del Giudice fa sì che, a fronte dello stesso reato, si arrivi a condanne troppo diverse le une dalle altre. Non mettiamo in dubbio la serietà di D'Angelis, ma il rischio concreto è di vedere il solito ritocchino in alto per le pene che poi però non verranno applicate bene se non si cambia qualcosa nei procedimenti. Il dubbio è che, se i provvedimenti non riguardano direttamente la casta politica, o se non c'è un immediatamente un ritorno economico (con le multe scontate gli incassi sono rapidi e sicuri, senza il rischio di ricorsi), i politici siano molto lenti nel portare avanti un progetto. Altrimenti, i politici (parliamo in generale, non del sottosegretario ai Trasporti) si mettono in mostra con un mare di chiacchiere, ricavandone pubblicità gratuita. Però poi si arriva al nulla. Il tutto viene ingoiato nelle pastoie politico-burocratiche del nostro elefantiaco apparato. La stessa fine del resto di omicidio stradale l'ha fatta il prolungamento del ritiro della patente. Solo nell'agosto 2012, il presidente della commissione Trasporti della Camera dei deputati, Mario Valducci, diceva: “Stiamo procedendo su un provvedimento che prevede il ritiro della patente fino a 15 anni per chi si macchia di omicidio stradale attraverso una guida sotto lo stato di ebbrezza e dall'uso di stupefacenti, o per i pirati della strada”. Era un'alternativa all'omicidio stradale. Alle soglie del 2014, abbiamo in mano il nulla. Nel frattempo, nel 2012 (ultimo dato disponibile), l'Italia ha clamorosamente bucato l'obiettivo fissato dall'Unione europea: dimezzare i morti in strada dal 2001 al 2010. I nostri politici, fra un proclama e l'altro, dovrebbe farsi un bell'esame di coscienza.

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