Trump vs Ford per batterie cinesi: volano gli stracci

Trump vs Ford per batterie cinesi: volano gli stracci

Lo scontro tra l’amministrazione Trump e Ford sulla tecnologia CATL e i legami con la Cina riaccende il dibattito su sicurezza industriale e costi dell'elettrico

 

Lo scontro tra l’amministrazione Trump e Ford sulla tecnologia CATL e i legami con la Cina riaccende il dibattito su sicurezza industriale e costi dell'elettrico

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10 Settembre 2026 - 11:28

Il pressing dell’amministrazione Trump sulla filiera delle auto elettriche e sulle forniture tecnologiche dalla Cina fa registrare il suo primo clamoroso scontro con l’industria nazionale: nel mirino della Casa Bianca è finita Ford, accusata apertamente dal Segretario ai Trasporti di mantenere una dipendenza strategica eccessiva dalle tecnologie di Pechino e di mettere a rischio gli interessi economici e la sicurezza industriale degli Stati Uniti. Il terreno di battaglia riguarda lo stabilimento BlueOval Battery Park di Marshall, nel Michigan. L’impianto, fortemente voluto dalla Casa per la produzione locale di batterie al litio-ferro-fosfato (LFP) destinate ai modelli elettrici di nuova generazione, si basa sull’utilizzo in licenza della tecnologia fornita dalla cinese CATL, leader mondiale del settore. Un’intesa che il tycoon giudica inaccettabile, considerando l’inserimento del colosso asiatico nelle liste nere del Governo federale sulle tecnologie sensibili.

TRUMP VS FORD: L’ATTACCO

L’affondo di Washington non si limita tuttavia alla questione delle batterie. Le autorità governative hanno infatti sollevato obiezioni anche su altre collaborazioni internazionali di Ford, evidenziando la partnership avviata in Spagna col colosso cinese Geely presso lo stabilimento di Valencia, oltre al rinvio delle pianificazioni per riportare negli USA la produzione di alcuni modelli del marchio Lincoln oggi assemblati sul suolo cinese.

LA RISPOSTA DI DEARBORN AL PRESIDENTE USA

La reazione del colosso di Dearborn è stata immediata e spigolosa. Ford ha respinto punto su punto i rilievi, definendo le accuse del Dipartimento dei Trasporti come un tentativo strumentale di conquistare le prime pagine dei giornali a scapito della realtà dei fatti.

I vertici dell’azienda hanno ricordato come il sito produttivo del Michigan sia integralmente di proprietà e gestione americana, impieghi lavoratori locali e consenta al marchio di produrre accumulatori a basso costo internamente, riducendo sul lungo termine la reale dipendenza dalle forniture estere tramite il semplice acquisto di licenze d’uso. D’altra parte, il costruttore sta cercando una via d’uscita dopo che il primo passo nel mondo delle macchine a corrente si è rivelato un flop.

FRATTURA AUTOMOTIVE, MA LA CASA BIANCA TIRA DRITTO

La polemica evidenzia una frattura sempre più profonda tra le visioni strategiche della politica di Washington e le esigenze operative dei costruttori di auto. Il Governo intende applicare una linea di forte rottura accompagnata da dazi iper protettivi contro l’ecosistema industriale cinese.

Ma c’è la necessità delle aziende americane di contenere i costi di listino delle vetture a zero emissioni rende quasi inevitabile il ricorso alle tecnologie di accumulo più mature ed economiche attualmente disponibili sul mercato. Un equilibrio complesso che rischia di rallentare i piani di elettrificazione e di deteriorare i rapporti tra il settore automotive e le istituzioni statali.

TRA SOVRANISMO TRUMPIANO E RISCHI AUTOMOTIVE

La contrapposizione tra esigenze industriali e sovranismo tecnologico apre così una fase di forte incertezza per l’intero comparto. Se da un lato l’amministrazione medita di stringere ulteriormente le maglie normative sulle joint-venture transfrontaliere e sulla proprietà dei brevetti, dall’altro i rivali asiatici ed europei accelerano l’espansione nei mercati emergenti, minacciando di isolare i marchi statunitensi.

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