Chip AI auto Europa: treno in eterno ritardo che ora ci riprova
L'UE lancia il Chips Act 2.0 per recuperare il flop del 2024, quando Intel congelò la fabbrica in Germania
L'UE lancia il Chips Act 2.0 per recuperare il flop del 2024, quando Intel congelò la fabbrica in Germania
Chip AI avanzati: l’Unione Europea ci riprova con una seconda scommessa, stando a indiscrezioni di Politico. Dopo il flop del periodo 2022-2024, quando l’allora commissario per il Mercato interno Thierry Breton spinse per portare la produzione avanzata di microprocessori nel blocco (il progetto della mega-fabbrica di Intel in Germania naufragò a causa dei problemi finanziari del produttore statunitense), adesso Bruxelles piazza un altro gettone sul tavolo da poker. Dove siedono giganti come Cina, Taiwan, Corea del Sud e USA, che continuano a vincere.
CHIP AI: BRUXELLES TENTA LA RIMONTA
In questo momento, l’UE – in fatto di chip per l’intelligenza artificiale, con applicazioni pure per l’automotive – è in gravissimo ritardo (come sulle batterie). Ma la Commissione Europea rilancia il sogno di vecchia data di produrre processori all’avanguardia in Europa, riducendo la dipendenza del continente dai produttori di Stati Uniti e Asia. L’organo esecutivo sta collaborando con il centro di ricerca e sviluppo belga Imec e con l’agenzia per l’innovazione tedesca Sprind sulle fasi preliminari di un progetto per una fabbrica di semiconduttori di ultima generazione.
IL MITO DEL MADE IN UE
Sviluppare una capacità produttiva locale darebbe all’Europa la possibilità di controllare una parte maggiore della catena di approvvigionamento dell’AI, catturando più valore economico e isolandosi dagli shock geopolitici (guerre Russia-Ucraina e USA-Iran). È il solito mito del Made in UE o di auto con elevatissimo contenuto di Europa. Il problema è che attivarsi a giugno 2026 per settori dove occorreva essere ipercompetitivi 10 anni addietro non pare la soluzione ottimale. E il precedente del 2022-2024 fa temere perdite colossali di denaro, fra un annuncio altisonante e l’altro.

NO ALLA TECNOLOGIA ESTERA
Comunque l’iniziativa – voce di corridoio che l’UE non commenta – sarebbe nota come Chips Act 2.0, la cui presentazione da parte della Commissione è prevista per la prossima settimana nel quadro degli sforzi per ridurre la dipendenza dell’Europa dalla tecnologia straniera. Includerà una proposta per incoraggiare gli investitori privati a finanziare progetti strategici su larga scala per promuovere la produzione sovrana e avanzata, il design avanzato di chip e la resilienza della catena di approvvigionamento, specie dopo i guai legati alla cinese Nexperia.
TANTI NOMI AFFASCINANTI
Nome in codice? EU-made Advanced Semiconductor Manufacturing, secondo le persone informate sulle trattative. Non è stata presa nessuna decisione sull’opportunità di sostenere la proposta, su dove verrebbe ubicata una potenziale fabbrica o su come verrebbe finanziata. Forse, ci si potrebbe basare su un piano d’azione per i chip della Commissione del 2023, in cui il centro di ricerca e sviluppo Imec, con sede in Belgio, ha ricevuto 700 milioni di euro di finanziamenti UE per sviluppare chip di prossima generazione a due nanometri, che dovrebbero essere più potenti ed efficienti dal punto di vista energetico rispetto ai modelli esistenti. Da capire se quel denaro sia sufficiente per combattere contro un mostro pieno di risorse immense e tenacia spaventosa come Pechino.
UN ESPERTO STORCE IL NASO
Christophe Fouquet, CEO di ASML – leader del settore che produce i macchinari utilizzati per fabbricare i chip -, ha messo in guardia contro un simile progetto. “Se si avesse una fabbrica di questo tipo nel Vecchio Continente, tutti i wafer prodotti verrebbero esportati negli Stati Uniti. Quindi ci si troverebbe in una situazione in cui l’Europa sussidia un grande progetto e la produzione di questo progetto va altrove“.
GERMANIA GREEN IN CRISI
Inoltre, Berlino ha stanziato 5 miliardi di euro per i semiconduttori nel suo bilancio 2026, e un altro mezzo miliardo per un progetto europeo comune sull’intelligenza artificiale. Il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil, tuttavia, ha già annunciato tagli per il prossimo anno, con l’obbligo per ogni ministero di ridurre i costi dell’1%. Per via di una crisi che morde i teutonici, alle prese con progetti green poco soddisfacenti e con la disoccupazione crescente nel settore auto e siderurgico. Tra ritardi decennali, tagli tedeschi e lo scetticismo, il timore di un secondo fallimento è legittimo.