Dazi Trump: sconti a case auto che spostano produzione negli USA
Dazi Trump: proposto uno sconto tariffario per le case auto europee che spostano la produzione negli Stati Uniti. Ma l'idea non piace a tutti
Dazi Trump: proposto uno sconto tariffario per le case auto europee che spostano la produzione negli Stati Uniti. Ma l'idea non piace a tutti
Trump ha spostato al 1° agosto 2025 l’ultimatum sui dazi contro l’Europa ma intanto le trattative continuano e, secondo molteplici fonti, il presidente USA avrebbe messo sul piatto uno sconto tariffario alle case automobilistiche europee che decidono di spostare la produzione negli Stati Uniti. L’idea favorirebbe le case auto già presenti oltreoceano con grandi impianti (le tedesche soprattutto, ma anche Stellantis) ma rappresenterebbe una mazzata per tutte le altre e in particolare per chi produce componentistica, visto che lo ‘sconto’ riguarderebbe esclusivamente i veicoli finiti, escludendo componenti e parti di ricambio.
DAZI TRUMP: L’ULTIMA PROPOSTA È UN PREMIO PER CHI TRASLOCA LA PRODUZIONE NEGLI USA
Il meccanismo, stando alle prime bozze, è tanto semplice quanto machiavellico: per ogni auto prodotta in uno stabilimento statunitense ed esportata verso un Paese terzo, le case automobilistiche europee guadagnerebbero il diritto di spedire un veicolo dall’Europa agli USA senza il temuto dazio del 25%. Sembra quasi un gioco a premi, ma con un aspro retrogusto di ricatto: vuoi evitare le tariffe? Porta i tuoi operai oltreoceano. Dal meccanismo rimarrebbero esclusi componenti e parti di ricambio.
Questo sistema, come detto, avvantaggerebbe soprattutto i big tedeschi come Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz, già operativi sul territorio americano, oltre a Stellantis che negli Stati Uniti ha ereditato gli impianti di Chrysler. Penalizzati invece i marchi europei che pur esportando molto verso il mercato a stelle e strisce, non dispongono di stabilimenti significativi negli USA, così come i fornitori di componenti che resterebbero soggetti ai dazi. Risultato? Una pressione enorme sulle case auto per delocalizzare non solo l’assemblaggio finale dei veicoli ma anche la produzione di pezzi di ricambio, danneggiando paesi come Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia che negli ultimi decenni hanno costruito una parte rilevante della loro crescita economica attorno alla fornitura di componenti per i principali costruttori d’auto europei.
DAZI USA: L’EUROPA NON RISPONDE CON UN FRONTE COMPATTO
L’Europa si ritrova dunque a giocare a scacchi con un avversario che sembra però preferire il gioco delle tre carte, cambiando idea in base all’umore di giornata. La scadenza per un accordo, inizialmente fissata al 9 luglio e poi rinviata al 1° agosto, tiene i 27 paesi dell’UE in un limbo di incertezza. In questo contesto, Germania e Italia spingono per accettare un dazio soft del 10%, mentre Francia e Spagna pensano a contromisure più dure, ma senza un fronte compatto. I Paesi dell’est, spaventati dalla proposta di Trump sui dazi auto che annienterebbe il settore della componentistica, sono per la resistenza a oltranza. Nel frattempo il presidente americano continua a inviare lettere con nuove tariffe, come quelle del 50% su rame e acciaio, e minaccia dazi fino al 200% sui farmaci. È un copione che si ripete: un giorno annuncia dazi punitivi, il giorno dopo offre sconti, il terzo torna indietro. L’Europa, nel frattempo, cerca di non perdere la bussola in questo vortice di dichiarazioni contraddittorie.

DAZI TRUMP: UN GIOCO A SOMMA ZERO?
In conclusione, la strategia di Trump sembra più un esercizio di bullismo commerciale che una visione coerente. L’idea di costringere le aziende automobilistiche a produrre negli USA potrebbe, in teoria, rilanciare l’economia americana, ma a quale costo? I dazi rischiano di innescare un effetto domino: aumento dei prezzi delle auto (peraltro già evidente), inflazione globale e ritorsioni da parte di partner commerciali come la Cina, che non starà certo a guardare. E mentre Trump si vanta di aver già incassato 100 miliardi con i dazi, il resto del mondo si chiede se il prezzo di questa politica non finirà per pagarlo anche l’America. Per l’Europa, la scelta è tra accettare un compromesso che sa di resa o rischiare una guerra commerciale che nessuno vuole…