UberPop: i nostri politici dormono. Intanto spuntano le alternative
Il destino di UberPop lasciato in mano ai giudici mentre altre app nascono sulla scia di Uber, facendo tesoro dei suoi problemi legali
Il destino di UberPop lasciato in mano ai giudici mentre altre app nascono sulla scia di Uber
Il destino di UberPop lasciato in mano ai giudici mentre altre app nascono sulla scia di Uber, facendo tesoro dei suoi problemi legali
Finché i nostri politici non modificheranno un codice della strada vecchissimo, addirittura del 1993, quando smartphone e app non c'erano, la questione Uber resterà sul tappeto. E sarà scottante. Lo ha appena detto la stessa Autorità dei trasporti: servono regole nuove, e ci devono pensare governo e parlamento. Ma ripercorriamo le tappe della vicenda UberPop (taxi alternativo di guidatori senza licenza) per capire come altre app fanno tesoro delle disavventure legali della società californiana per sfornare altri servizi di mobilità alternativa al taxi.
IN MANO AI GIUDICI – Il 26 maggio 2015, il tribunale di Milano ha stoppato UberPop, e la multinazionale Usa ha fatto ricorso in appello. Il tutto dopo che diversi giudici di pace avevano restituito le patenti ai driver di UberPop, ritirate dai vigili per violazioni al codice della strada. Il blocco di UberPop è stato disposto in via cautelare, così come l'inibitoria del servizio. Secondo il giudice, UberPop non dà vantaggi alla collettività e svolge di fatto l'attività di taxi senza però che gli autisti siano in possesso della licenza. Per il magistrato, UberPop interferisce con il servizio taxi organizzato dalle società, svolto dai titolari di licenze: E soprattutto in questo periodo, durante lo svolgimento di Expo 2015, occasione di ottimi guadagni che, in assenza di una inibitoria, andrebbero condivisi con soggetti concorrenti che esercitano il servizio di trasporto in maniera abusiva. Inoltre, la richiesta di trasporto trasmessa dall'utente mediante l'app appare di fatto del tutto assimilabile al servizio di radio taxi. Concorrenza sleale dunque, secondo il giudice, provata anche dai prezzi più bassi praticati dagli autisti di UberPop per il fatto di non avere gli stessi costi fissi che un tassista normalmente deve sostenere. Ma Uber reagisce. Ecco Zac De Kievit, Legal Director Uber Europa: “Siamo ovviamente molto dispiaciuti dalla decisione presa oggi su Uberpop, una decisione che rispettiamo ma non comprendiamo. Ora faremo appello per evitare che centinaia di migliaia di cittadini italiani siano privati di una soluzione sicura, affidabile e economica per muoversi nelle loro città. Quello che però ci preoccupa di più è che migliaia di driver rischiano di perdere una risorsa economica. Inoltre ricordiamo che la commissioneeuropea ha chiaramente affermato che gli stati membri dovrebbero garantire equità, proporzionalità e nessuna discriminazione nella regolamentazione dei nuovi servizi basati sulla tecnologia come Uber. Intanto in Italia oggi continua a operare UberBlack e per le prossime due settimane UberPop”.
SOSPENSIVA: NO – Il tribunale, negli scorsi giorni, ha rigettato la richiesta di sospensiva dell'ordinanza del 26 maggio 2015 con cui era stato stoppato in tutta Italia il servizio dell'app UberPop; il 7 luglio è prevista l'udienza sul ricorso di merito, ma intanto la società deve disattivare il servizio. Altroconsumo, fra le varie associazioni, sta con Uber: “L'ordinanza è contraria agli interessi dei consumatori poiché interpreta in maniera stringente, conservativa e protezionistica la norma attualmente in vigore, obsoleta in relazione al servizio di trasporto privato offerto da UberPop”. E l'Autorità dei trasporti s'era fatta sentire, sollecitando parlamemento e governo a svecchiare il codice della strada, così da favorire nuove forme di “economia in condivisione”, sharing economy: ha suggerito un intervento legislativo che tenga conto dell'attività dei servizi di trasporto pubblico che vengono attuati grazie a sistemi tecnologici, come Uber. Secondo l'Autorità dei trasporti, la diffusione dei “servizi tecnologici per la mobilità impone di riconsiderare l'adeguatezza degli istituti e delle categorie giuridiche sulle quali si è fondata sinora la regolazione della materia”.
ECCO UN'ALTRA APP – Ma qual è l'appa cui facevamo rifermimento in apetura? Letzgo. L'ha fondata alla fine del 2012 Davide Ghezzi, e consente di mettere in contatto chi vuole raggiungere una destinazione in città con chi è a bordo della sua macchina e ha voglia di dargli un passaggio. Un carpooling, servizio di condivisione del viaggio in auto. Vediamo le differenze sostanziali con Blablacar, anzitutto. Se con quest'ultima è il guidatore a stabilire da dove vuole partire e dove vuole arrivare, con Letzgo lo decide il passeggero. E, dice Ghezzi, “noi abbiamo un focus sulla città e quindi su percorsi più brevi”. C'è già a Milano, ma Torino, Genova e Trento sono in fase di lancio. E ora le differenze con UberPop, secondo il fondatore: “Con Letzgo il passeggero deve indicare sia il punto di partenza sia quello di arrivo. Se poi c'è un driver che in quel momento si appresta a fare lo stesso percorso, allora lo carica a bordo, altrimenti non lo fa”. Con Uberpop, invece, normalmente, l'utente mostra il punto di partenza e solo come opzione aggiuntiva indica la destinazione. La seconda differenza con Uberpop è il costo del servizio. Ecco ancora Ghezzi: “Letzgo prevede un rimborso suggerito al guidatore. Con noi il passeggero può decidere di dare di più o di meno a seconda di come si è trovato e di quanto ritiene abbia speso il driver. C'è poi un sistema di rating che consente di evitare comportamenti opportunistici da parte degli utenti. Il rimborso che suggeriamo è basato solo sui chilometri, quindi sui consumi effettivi, e su parametri medi di rimborsi dell'Aci”. UberPop, invece, prevede tariffe per il servizio. Non resta da vedere se i giudici troveranno altri cavilli pure contro Letzgo, e se UberPop, magari cambiando un po' il servizio, potrà anch'essa evolversi. Mentre i nostri politici dormono.