Alfa Romeo. Dipendente imbottiva di carte i sedili della MiTo: licenziato

Alfa Romeo. Dipendente imbottiva di carte i sedili della MiTo: licenziato La Cassazione respinge il ricorso per ingiusto licenziamento: lo scherzo alla collega del controllo di qualità durava da 6 mesi

La Cassazione respinge il ricorso per ingiusto licenziamento: lo scherzo alla collega del controllo di qualità durava da 6 mesi

18 Febbraio 2015 - 08:02

Via libera al licenziamento dell'addetto alla catena di montaggio che inserisce cartacce e materiali di risulta nei tubi dello schienale della macchina (Alfa MiTo) per fare uno scherzo all'addetta al controllo: se questa non li avesse scoperti ci sarebbe stata una lesione d'immagine per la Casa automobilistica. Così ha stabilito la Cassazione, con sentenza 2904 del 10 dicembre 2014, depositata il 13 febbraio 2015. Va chiarito che la questione non vede protagonista direttamente Alfa Romeo ma un suo indotto, un'azienda esterna.

PRIMO GRADO – Con un ricorso al Tribunale di Torino, un lavoratore chiamava in causa un'azienda (la Proma Srl) chiedendo di dichiarare illegittimi il licenziamento (avvenuto nel 2010), privo di giusta causa. Che era questo: l'inserimento di materiale nello schienale della MiTo. Chiedeva il reintegro sul posto di lavoro, e un'indennità di 1.633 euro mensili, dal giorno del licenziamento al giorno del reintegro, più gli interessi, più i contributi previdenziali. La Proma srl si costituiva in giudizio, chiedendo il rigetto della domanda e 600 euro di danni. Il Tribunale diceva no al lavoratore licenziato.

SECONDO GRADO E CASSAZIONE – L'uomo ricorreva in secondo grado, alla Corte d'appello di Torino, nel 2011.. E qui vinceva: ok al reintegro del lavoratore, più il risarcimento del danno. Più le spese dei due gradi di giudizio. Al che, la Proma Srl ricorreva per Cassazione. Anche perché il lavoratore, secondo l'azienda, aveva tenuto un comportamento analogo in passato, tutti i giorni per sei mesi. Non si trattata solo di scherzi stupidi (che comunque incidevano negativamente sulla qualità del lavoro, rappresentando un ostacolo al corretto svolgimento di tutte le operazioni), ma un grave inadempimento degli obblighi di diligenza. La Cassazione accoglieva il ricorso: ora, la Corte d'appello deve esprimersi di nuovo sulla questone, tenendo conto dell'orientamento degli ermellini.

CASI ANALOGHI – Già in passato si sono verificati casi simili. Dipendenti Fiat di Pomigliano d'Arco (Napoli) rubavano ricambi per poi rivenderli a basso prezzo: sono stati licenziati. I due ladri avevano caricato all'interno di un furgoncino 130 compressori dell'impianto di climatizzazione destinati a essere montati sulle Panda; il totale della merce rubata aveva un valore complessivo di circa 30.000 euro. Ovviamente, l'azienda li ha licenziati entro poche ore dalla scoperta del fatto e il caso è passato nelle mani della Procura di Nola, dove addirittura gli inquirenti sospettano che l'episodio sia da inquadrare in un giro di furti di ricambi molto più grande. Il sospetto è dato dal fatto che uno dei due addetti alla sicurezza licenziati per tentato furto – secondo quanto riportato da Il Mattino – avesse con sé un foglio colmo di diversi codici e di quantitativi corrispondenti, una sorta di appunto o di lista della spesa che potrebbe sottintendere un furto commissionato nella zona di Napoli da ricambisti e autoriparatori.

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