Gli USA non credono a Bosch sullo scandalo Volkswagen

Le autorità statunitensi pensano che l'azienda fornitrice del software sapesse più di quanto ha dichiarato. Si allargano le indagini

20 novembre 2015 - 13:58

Ancora lo scandalo “dieselgate” alla ribalta delle cronache automobilistiche, ma stavolta, oltre al Gruppo Volkswagen, c'è un interessato in più, si tratta della Bosch. Il suo nome circola intorno alle indagini da quando il misfatto è stato scoperto, ora però le autorità americane sono stufe di lasciarlo a margine dell'inchiesta, così hanno deciso di far chiarezza sul ruolo che ha avuto nel “truccare” i motori del Gruppo tedesco. Vediamo i possibili sviluppi.

LA NOTIZIA – Le autorità americane hanno aperto un'inchiesta su Bosch, il colosso tedesco della componentistica elettronica nel mondo auto, per chiarire il suo ruolo nello scandalo delle false emissioni di Volkswagen (che vede in calo le sue vendite). Il dipartimento Usa alla Giustizia sta cercando di appurare se Bosch sapeva o ha partecipato alle falsificazioni dei test sui motori delle auto diesel di VW, di cui è un fornitore importante. Recitavano più o meno così i lanci delle agenzie che da poche ore hanno battuto questa notizia, che prima o poi si sapeva sarebbe saltata fuori. Se lo aspettavano anche i diretti protagonisti, perché sin dal mese di settembre (quando lo scandalo fu scoperto) il nome di Bosch aleggiava tra i sospettati.

TUTTI AL CORRENTE – Forse nel gioco dei ruoli, o delle parti, nessuna delle due si salverà, almeno questa è l'aria che tira, anche perché quando le autorità americane decidono di andarci giù così repentinamente, allora potrebbe significare che c'è più di qualche sospetto. Il discorso è molto semplice: ciò che si cercherà di capire è se Bosch sapeva e ha fatto qualcosa per avvisare Volkswagen (che ora mette in dubbio gli investimenti per la produzione delle auto di nicchia), oppure se sapeva ed è stata complice perfetta. Che la Volkswagen sapeva, è appurato: alcuni “responsabili” della vicenda erano stato avvisati già nel 2011 del profilo di illegalità nell'utilizzo del software che consentiva di modificare i dati sulle emissioni quando i veicoli venivano sottoposti a test. Lo stesso fornitore del sistema, il colosso tedesco Bosch, come anche dichiarato dal “Bild am Sonntag”, avrebbe avvisato il costruttore perfino nel 2007 dei possibili profili di illegalità del suo utilizzo.

DA QUI SERVE CHIAREZZA – E' da qui che si deve ricostruire la vicenda, che ancora non è stata esplicata a dovere dalle due parti, che continuano a nascondersi e a non commentare. Dopo tutto potrebbe essere normale pensare che Bosch sia coinvolta, perché comunque costruisce e fornisce elementi essenziali per alcuni propulsori di Volkswagen. Daniel Riesel, un avvocato ambientale che sta lavorando sullo scandalo dieselgate, in merito a Bosch si è espresso così: “se sai che è stato commesso un reato, conosci il colpevole, ma ti giri dall'altra parte facendo finta di nulla, allora faciliti il crimine e l'illegalità. Metaforicamente parlando è come se un meccanico modifica la macchina del ladro per farlo fuggire più velocemente dopo aver rapinato una banca. E' vero che lui fattivamente non commette crimine, ma partecipa affinché il crimine vada in porto”. A tutto ciò Bosch ha risposto così: “è vero che forniamo componenti specifiche per vari tipi di propulsori, ma è altrettanto vero che ogni casa automobilistica li adatta secondo le proprie esigenze.” Volkswagen non ha replicato.

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