Lavorare in officina: perché è considerato di “Serie B”?

Lavorare in officina: perché è considerato di “Serie B”?

Cultura scolastica, status sociale e pregiudizi familiari: il sociologo Daniele Marini ci racconta perché i giovani fuggono dai mestieri che oggi servono di più

 

Cultura scolastica, status sociale e pregiudizi familiari: il sociologo Daniele Marini ci racconta perché i giovani fuggono dai mestieri che oggi servono di più

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20 Ottobre 2025 - 06:20

Perché la professione dell’autoriparatore oggi è ancora, erroneamente, considerata un lavoro “sporco”, quasi di serie B? Abbiamo voluto esplorare le motivazioni e le origini di una visione alterata e di come spesso, questa stessa visione influenzi le scelte delle nuove generazioni di meccatronici, in famiglia o a scuola. L’abbiamo fatto in questa intervista esclusiva al professor Daniele Marini – sociologo e profondo conoscitore delle trasformazioni sociali ed economiche legate al mondo del lavoro e ai giovani, che ha risposto alle nostre domande. In questa intervista, il prof. Marini ci aiuta a fare luce sull’eredità culturale della scuola italiana, l’influenza inconsapevole delle famiglie e l’incapacità del sistema formativo e produttivo di valorizzare professionalità fondamentali, ma troppo spesso relegate a un immaginario di “serie B”. Questo approfondimento fa parte del più ampio 5° Aftermarket Report di SICURAUTO.it Tech & Fintech, ricambi sostenibili e ricambio generazionale”.

Buongiorno professore, ci racconta brevemente la sua carriera professionale come sociologo?

“Ho iniziato ad occuparmi fin da subito, negli anni 80 delle tematiche giovanili, diciamo che da giovane sociologo mi sono occupato dei giovani e poi, in particolare, dei temi del lavoro, anche perché quella era un’epoca in cui si parlava di disoccupazione intellettuale, nascevano i primi forma-giovani, insomma c’era un’attenzione particolare a quell’argomento. Ho sempre collaborato con l’Università di Padova come docente a contratto e diretto negli anni 90 una fondazione di emanazione sindacale della Cisl che si chiama Fondazione Corazzin dove ho avuto modo di approfondire i temi del lavoro. Poi nel 2000 ho dato vita alla Fondazione Nordest che è un ente di ricerca promosso dalle industrie delle tre regioni del Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige insieme alle Camere di Commercio dove mi sono occupato maggiormente degli aspetti di carattere, socioeconomico e imprenditoriale. Nel frattempo ho continuato a insegnare all’università, dove sono diventato professore associato nel 2006 e insegno sociologia dei processi economici. Dal 2013 sono uscito dalla Fondazione Nordest e ho dato vita a una divisione di ricerca che si chiama Research Analysis all’interno di una società di comunicazione internazionale che si chiama Community. Nel 2024 ho pubblicato il libro ‘Il posto del lavoro. La rivoluzione dei valori della GenZ’ che affronta il doppio senso: sia il posto fisico dove si lavora, sia il posto che il lavoro occupa nell’orizzonte di valore delle giovani generazioni.”  

Secondo la sua esperienza, che ruolo ha la scuola nel rafforzare o contrastare gli stereotipi legati ai mestieri tecnici o manuali?

“Noi siamo ancora figli della riforma Gentile che ha definito la piramide formativa a cui oggi noi stessi siamo sottostanti. Infatti la riforma Gentile stabiliva nel 1924 che la formazione, l’impianto e l’architettura dell’istruzione vedesse come in cima i licei, che dovevano servire a creare l’allora classe dirigente, quindi liceo classico, liceo scientifico. Poi più sotto gli istituti tecnici e ancora più sotto gli istituti professionali. Nel tempo poi sono arrivati anche gli enti di formazione professionale di carattere regionale. Questa è una vera e propria piramide, che ha definito l’idea che ci fosse un lavoro intellettuale e un lavoro manuale. Quindi i più bravi vengono mandati a studiare ai licei, i meno bravi vanno agli istituti tecnici o professionali, perché non hanno intelletto e usano le mani. Ecco, questo impianto, questa architettura che viene dalla divisione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale, ha creato di fatto delle professioni di serie A e delle professioni di serie B. Quindi la scuola che cosa fa ancora oggi? Orienta gli studenti e i loro genitori nell’immaginare che il mondo del lavoro sia fatto da persone che fanno un lavoro intellettuale, cioè un lavoro di serie A e un lavoro manuale cioè un lavoro di serie B. Questa è la divisione che ci portiamo dentro e di cui vediamo ancora oggi gli effetti, perché per esempio c’è anche una divisione di genere delle scelte scolastiche per cui certe professioni sono più portate per i maschietti, per altri invece lo sono le femminucce. Faccio un esempio, in uno dei corsi di sociologia dei processi economici formo HR, gestore di risorse umane e la mia platea è femminile. In un altro corso insegno sociologia del territorio all’interno di un corso per assistenti sociali. Lascio immaginare a lei gli assistenti sociali di che genere sono: donne. Quindi stiamo continuando a perpetrare questa divisione e il problema che la scuola ha è che non ha ancora capito che questa divisione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale oggi ha sempre meno senso e non funziona. Ma non funzionava già ai tempi dei primi pedagogisti che insegnavano nel 700 che l’apprendimento avviene con cuore, testa e mani. Tant’è che quando i bambini vanno all’asilo e alla scuola materna, l’apprendimento è facendo con le mani.

Questa divisione è prettamente italiana, perché se ci spostiamo, per esempio, in Germania i percorsi formativi sono di tipo duale, cioè o studi nel modo tradizionale oppure puoi arrivare alla laurea lavorando, che è il sistema duale che con fatica stiamo introducendo anche in Italia, in particolare negli enti di formazione professionale dove c’è l’apprendimento in contesto collettivo. Oggi gran parte della classe docente immagina che ci sia una divisione, che però nel mercato del lavoro non esiste più.”

Come cambia l’orientamento professionale dei giovani in base al ceto sociale o al background familiare?

“Ho fatto una recente indagine per conto di Federmeccanica a livello nazionale e abbiamo chiesto alla popolazione e in particolare giovani generazioni ‘a chi si sono rivolti quando hanno pensato di individuare un percorso scolastico e professionale?’. La stragrande maggioranza si è rivolta alla famiglia ovviamente e all’interno della famiglia alla mamma. Se guardiamo alle generazioni precedenti, cioè agli over65, chi indirizzava era il padre, quindi era il padre che diceva ‘Tu fai questo, tu fai quello’. Oggi i papà sono scomparsi e questo ruolo è delle madri, quantomeno l’influenza che hanno nel perimetro familiare. La questione è che, con tutto il bene che noi possiamo volere alle nostre mamme, non hanno sempre una cognizione di causa di come è cambiato il lavoro e il mondo del lavoro, e quindi si replicano i modelli che loro hanno conosciuto. Questo spiega perché, per esempio, nelle cosiddette materie STEM (Science, Technology, Engineering, Math, ndr), quelle scientifiche, tecniche, matematiche e così via, ci vanno prevalentemente i maschi. E così pure per certi tipi di lavori, compreso quello dell’autoriparatore.

In più bisogna dire che nel nostro Paese non esiste un sistema di orientamento scolastico e professionale. Che cosa vuol dire quello? Che le riunioni che vengono fatte sono riunioni, diciamo così, informative, non sono il vero orientamento, perché lì le persone vanno alla ricerca di conferme alle idee che hanno, non di essere disconfermati. Il vero orientamento invece dovrebbe essere inserito nei programmi scolastici a partire dalla prima del ciclo e proseguito nel tempo facendo però attività di alternanza scuola-lavoro.”

Quanto conta oggi, nella scelta del lavoro, l’idea di “status sociale”? È più forte di altri fattori come la soddisfazione personale o la sicurezza economica?

“Se vediamo la classifica che emerge dalle nostre ricerche, in cima a questa classifica lo status attribuito ai lavori vede ai primi posti l’imprenditore e il dirigente. Scendendo poi ci sono i lavori manuali, l’operaio, l’artigiano, il commesso, ecc. Quindi il lavoro che si fa non ha un solo valore economico ma ha anche un valore sociale, anzi ha soprattutto oggi un valore sociale. Quando al mio corso ogni anno chiedo agli studenti ‘Se io vi dico la parola ‘operaio’, che cosa associate? Quale aggettivo ci metterete?’. Puntualmente ogni anno mi dicono: lavoro sporco, ripetitivo, alienante e così via. Ho fatto questa stessa domanda a una platea di studenti dell’Università della terza età dove faccio volontariato e la risposta è stata: dignità, ricchezza, prospettive, etc. Questo racconta della trasformazione culturale che c’è stata rispetto al lavoro manuale di un tempo e quello che hanno in mente oggi le giovani generazioni.

Questa dimensione dello status, cioè della rappresentanza che noi diamo, che le giovani generazioni danno al lavoro, ha un’incidenza che è paradossalmente superiore quasi al valore economico che viene dato a quel lavoro. Tant’è che, come sappiamo, ci sono tanti lavori che noi considereremmo manuali, che sono oggi strapagati perché non si trovano le persone interessate a farli.”

Ritiene che in Italia si dia sufficiente dignità ai mestieri tecnici o esecutivi rispetto a quelli amministrativi o intellettuali?

“Noi dobbiamo fare un lavoro educativo da quel punto di vista importante assieme alla scuola nei confronti delle famiglie e nei confronti dei giovani. Dobbiamo tornare a dare valore a quei lavori in cui la dimensione manuale ha ancora oggi un’importanza elevata, ma che non è l’unica dimensione. Abbiamo bisogno di ridare valore, ma nella sua completezza. Parlavo qualche tempo fa con un rappresentante degli albergatori, presidente di un’associazione di albergatori che mi diceva della difficoltà di attrarre giovani che facciano quel mestiere perché pensano che stare alla reception sia solo una cosa, diciamo, tecnica in qualche mondo. Invece, se tu fai capire che quel mestiere è un mestiere dove la relazione con i clienti conta tantissimo, rivesti quel lavoro non solo della dimensione tecnica, ma della dimensione relazionale espressiva molto forte. D’altro canto anche gli stessi autoriparatori hanno un contatto col cliente diretto e quindi non è solo una questione tecnica, ma anche di saperti approcciare col cliente, altrimenti i clienti vanno dove trovano persone più gentili.”

È a conoscenza di best practice, in Italia o all’estero, per ridare valore sociale a lavori che comportano competenze manuali o artigianali?

“C’è un lavoro educativo da fare per quello che riguarda le best practice. Torno sul tema della formazione duale, che è la formazione in contesto di laboratorio: è stata introdotta in Italia con Luigi Bobba, sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con il Governo Renzi e che mutua l’esperienza tedesca, dove le giovani generazioni a 16-17 anni possono sperimentare l’apprendimento dentro al lavoro, nel lavoro, lavorando. Ecco, questa secondo me è la formula migliore per avvicinare i giovani a comprendere i valori che i lavori hanno, perché seguono un processo educativo.”

Secondo lei, perché mestieri come quello del meccatronico, del carrozziere o del gommista vengono spesso considerati “di serie B” rispetto ad altre professioni che richiedono ugualmente un elevato livello di specializzazione?

“Lavori come quello del meccanico, carrozziere, gommista, sono considerati di serie B, come dicevo, perché hanno questa cappa di lavoro manuale, un lavoro percepito come sporco. Questo è un tema di rappresentazioni sociali che devono essere frantumate solo attraverso percorsi di comunicazione che le imprese devono fare. E qui apro una parentesi. La questione è che le imprese – una parte cospicua, direi, soprattutto le piccole – non hanno capito che oggi non è più Maometto che va alla montagna, è la montagna che deve andare da Maometto. Nel senso che non ci si può aspettare che siano i candidati che vengono da te. Sei tu che ti devi presentare ai candidati, soprattutto in un mercato dove i giovani sono sempre di meno, perché abbiamo il calo demografico. In più i giovani oggi hanno un atteggiamento nei confronti del lavoro che è volto a cercare non solo gli aspetti materiali, quindi il salario, ma soprattutto gli aspetti immateriali, per esempio, che ci siano buone relazioni, che l’azienda abbia una buona reputazione, dia dei benefit, delle possibilità, smart working piuttosto che flessibilità negli orari, etc. Ecco, questi sono gli elementi che a parità di condizioni fanno sì che le giovani generazioni scelgano un lavoro e un’azienda piuttosto che un’altra. Allora serve che le aziende abbiano la capacità di comunicarsi all’esterno oppure di aprirsi entrando in contatto con le scuole, facendo entrare le famiglie per far vedere come lavorano. Serve che siano più proattive nel comunicarsi all’esterno e solo così riescono ad essere attrattive. Questo è un modo per cercare di eliminare questa idea che ci siano lavori di serie B che di fatto non lo sono.”

Crede che le famiglie italiane oggi spingano i figli lontano da questi mestieri? Se sì, da dove nasce questo disincentivo? E in generale qual è il suo punto di vista?

“Le famiglie tendono a replicare i modelli di lavoro che hanno vissuto perché non hanno o non ci sono realtà esterne, diciamo così, che le aiutino a interpretare le trasformazioni del mondo del lavoro. Nelle epoche precedenti un’azienda non aveva bisogno di cercare i lavoratori perché i lavoratori arrivavano. Oggi le parti si sono invertite. C’è un tema di contrasto culturale fra le giovani generazioni e quelle precedenti, che avevano nel lavoro la loro dimensione identitaria, di dover stare al lavoro e lavorare tanto. Oggi non è così e questo fa sì che ci sia una percezione abbastanza diffusa che i giovani non abbiano voglia di lavorare.

In realtà non è così perché se tu ingaggi dei giovani, cioè li porti all’interno dell’azienda, dei suoi valori, del valore del mestiere e c’è da lavorare 12 ore, si impegnano fino in fondo, però poi magari dopo che hanno fatto un periodo così ti dicono ‘Beh, però domani che magari è giovedì o venerdì vado a farmi una passeggiata in montagna o vado al mare per rilassarmi, per una migliore qualità della vita’. Una cosa che è fuori dai canoni delle precedenti generazioni che hanno lavorato, perché il lavoro era la centralità della vita. Oggi, nelle ricerche che facciamo, il valore del lavoro è messo assieme ad altri valori che sono ritenuti altrettanto importanti rispetto al lavoro. Quindi quello che cercano i giovani è una composizione di queste ‘dimensioni valore’, non una gerarchia, ma una orizzontalizzazione dei valori.”

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