Fiat fuori da Confindustria. E allora?

Al di là del clamore mediatico la notizia interessa davvero i consumatori italiani? Come potrebbe influenzare i costi dei prodotti Fiat?

7 ottobre 2011 - 10:58

Le conseguenze del divorzio di Fiat da Confindustria avranno senz'altro ripercussioni sui dipendenti italiani (che già hanno dovuto accettare di mettere in angolo i colleghi della Fiom-Cgil) e sugli equilibri interni dell'associazione degli industriali, ma quanto incideranno sulla vita quotidiana degli italiani? Probabilmente nell'immediato niente o quasi.

PREZZI INVARIATI – I prezzi delle automobili del gruppo non subiranno variazioni e i programmi di investimento rimarranno invariati. Nessun impatto anche riguardo al grande quesito sul temuto trasferimento della sede del gruppo a Detroit. Marchionne non ha ancora deciso in merito e tutte le soluzioni sono ancora aperte e non saranno certo influenzate dall'uscita dall'associazione. Ma allora perché tanto clamore? Alle prese con la quotidianità dei problemi riguardanti il superamento delle difficoltà economiche incalzanti e con fiato sul collo della crisi greca che ci fa tremare, i consumatori italiani non sanno che atteggiamento assumere di fronte alle notizie diffuse dalla stampa più o meno indipendente o dichiaratamente di parte.

FIAT VALE SOLO IL 5% – Nell'immediato le conseguenze per l'uomo della strada non potranno che essere minime. Per quanto riguarda il lungo periodo bisognerà attendere perché le implicazioni politico-economico-sociali potranno essere anche complesse. In termini di fatturato la Fiat vale solo poco più del 5% di quello complessivo degli aderenti a Confindustria, ma è pur sempre la più grande industria manifatturiera nazionale e ha sempre avuto un ruolo di primo piano all'interno dell'associazione. Per lunghi anni gli uomini del Lingotto ne sono stati a capo o hanno avuto ruoli importanti (Elkan ancor oggi è vice-presidente). Insomma l'uscita non potrà passare inosservata.

DANNOSA SEPARAZIONE? – Senza Fiat in Confindustria le cose non saranno più come prima. Innanzitutto determinerà altre defezioni. Il cambio di presidenza sarà fortemente influenzato dalla diserzione del Lingotto. La posizione critica dell'attuale gruppo dirigente nei confronti del governo in carica potrebbe essere messa in discussione. Il maggior quotidiano italiano ha definito la decisione “una dannosa separazione”. Alcuni sperano in un tardivo ripensamento del Lingotto.

NIENTE RIPENSAMENTO – Crediamo di non sbagliare affermando che non ci sarà alcun ripensamento. La decisione non riflette un isolato stato d'animo di Marchionne e dei suoi collaboratori. Fa parte piuttosto di una strategia del manager italo-canadese, cui si deve in passato il merito di aver salvato il gruppo Fiat da un fallimento dato per certo. Lo stesso Marchionne ha però dichiarato che “i miracoli non si replicano”. Un secondo salvataggio prodigioso, per di più in una congiuntura mondiale molto delicata, è impossibile da immaginare per “due gruppi in uno” come viene definita l'unione Fiat-Chrysler. Per uscire dalle secche bisogna piuttosto affidarsi a un piano serio e determinato la cui attuazione non permette sentimentalismi e ripensamenti. Le lettere inviate al presidente Marcegaglia sono due, una per l'auto e l'altra per il ramo industriale del gruppo. Il testo non lascia spazi a dubbi: “Fiat spa e Fiat Industrial hanno deciso di uscire da Confindustria con effetto dal primo gennaio 2012”. E per essere ancor più chiaro: “Io non faccio entrate e uscite. Usciamo e fuori restiamo”. C'è da credergli.

L'ITALIA VALE UN TERZO – Per tutto il tempo del salvataggio di Fiat, pur brontolando, ha accettato l'arcaico sistema del consociativismo politico e sindacale perché aveva fretta e il mercato tirava. Oggi deve innanzitutto consolidare l'unione di due gruppi eterogenei come Fiat e Chrysler senza poter chiedere capitali da investire agli azionisti e senza il vento a favore del mercato. L'Italia vale ancora un terzo delle vendite Fiat, il gruppo non ha grandi entrature nei mercati emergenti e anche in Brasile la forte leadership è incalzata dai tedeschi della VW. Si è molto indebitato per scalare la Chrysler attraverso il rimborso del prestito concessogli da Obama per il salvataggio del gruppo di Detroit. Ha in mente una strategia e non può scendere a compromessi. Non ama passare il tempo a discutere al tavolo dei sindacati, dei politici e degli industriali. Non ama lacci e legacci della concertazione italiana. Vuole andare per la sua strada e forse ha in testa una data in cui lasciare l'incarico e vorrebbe che quel giorno “il suo job fosse completato”. Il quesito è: conviene lasciarglielo fare o no?

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