Vittime della strada, un monumento choc

SAN ZENONE. Un monumento-choc per evitare che la tragedia si ripeta. Per sconfiggere quel senso di invincibilità che spinge i giovani dritti nelle braccia della morte...

13 febbraio 2010 - 0:00

SAN ZENONE. Un monumento-choc per evitare che la tragedia si ripeta. Per sconfiggere quel senso di invincibilità che spinge i giovani dritti nelle braccia della morte. Si chiama “L'isola che non c'è” e riproduce la scena dell'incidente in cui lo scorso 12 luglio a Vedelago hanno perso la vita Chiara Filippin, 23 anni, e il suo fidanzato Omar Artuso, 24.

Lo ha ideato il papà di Chiara, l'architetto Italo Filippin, ed è stato realizzato con l'accordo della famiglia di Omar e con la collaborazione dell'associazione “Vittime della strada” e degli studenti del Centro di Formazione Professionale di Fonte, dove sarà esposto il 26 febbraio in occasione della giornata dedicata alla sicurezza.

Papà Italo, il cuore a pezzi, ha voluto riprodurre la terribile scena dell'incidente: la moto, una Yamaha 600 R, distrutta dopo l'impatto con l'auto che le ha tagliato la strada; a fianco, stesi, immobili, due manichini vestiti con gli abiti macchiati di sangue che indossavano quel terribile 12 luglio Omar e Chiara; i loro caschi; le foto e alcune rappresentazioni grafiche dell'incidente; e ancora una cassetta della posta dove ciascuno potrà lasciare un proprio messaggio.

Non è stato facile per papà Italo progettare quest'opera, rivivere così gli ultimi istanti della sua Chiara prima del buio eterno. Ma ha voluto farlo per “stimolare alla riflessione, per lanciare un messaggio forte e diretto ai nostri giovani che si sentono invincibili al volante o in sella alle loro moto”. Ha rappresentato la “realtà cruda e per nulla consolatoria della tragedia”. Un monito per evitare che altre giovani vite siano spezzate. “Ho maturato l'idea a fine estate _ racconta papà Italo _ Ne ho parlato con i familiari di Omar e poi l'ho realizzata con gli studenti del Centro Professionale di Fonte, dove aveva studiato Omar”.

Mano a mano che “L'isola che non c'è” prendeva forma, attorno all'opera il silenzio e la riflessione degli studenti, dei professori e del preside dell'istituto. “Italo _ osserva Paola Bortolotto, la referente trevigiana dell'associazione “Vittime della strada” _ ha trasformato il terrore in solidarietà. Il messagggio che ha voluto lanciare è molto forte. Ora porteremo l'opera in giro per le scuole e poi davanti alle discoteche. Vogliamo scuotere i giovani, farli riflettere nella speranza di evitare altro sangue sulle nostre strade”.

Dall'opera esce l'urlo lancinante di chi ha visto morire i propri figli, lo stesso grido lanciato da Chiara e Omar prima di finire contro l'auto e morire sull'asfalto al rientro da una giornata passata al mare. La fine di un sogno per chi se ne va e l'inizio di un dolore infinito per chi resta.

Fonte – Tribunatreviso

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